«Ahimè! Sognai di Cuthbert la faccia tesa
Nell'arabesco di riccioli dorato,
Caro amico, che quasi sentii agganciato
Il mio braccio al suo in quella presa
Che gli era propria. Ah, notte di resa!
E si spense il fuoco del mio cuore freddato.»
«Scrive di Mejis», disse Roland. Aveva i pugni chiusi, ma Susannah dubitava che lo sapesse. «Scrive di quando ci innamorammo di Susan Delgado, perché dopo quella volta nulla fu più lo stesso tra noi. Preservammo la nostra amicizia come meglio ci fu possibile, però no, non fu più lo stesso.»
«Dopo che la donna viene all'uomo e l'uomo alla donna, credo che mai lo sia», commentò lei e gli porse le fotocopie. «Prendile. Ho letto tutte quelle segnate. Se nelle altre strofe c'è qualcosa, sulla ricerca della Torre, scovalo da te. Se ti impegni, credo che ne sarai capace. Quanto a me, non voglio sapere.»
Roland a quanto pareva sì. Sfogliò le pagine, in cerca dell'ultima strofa. Le pagine non erano numerate, ma non gli fu difficile trovarla grazie allo spazio bianco sopra il numero XXXIV. Ma prima che potesse cominciare a leggere, si udì di nuovo quel gemito distante. Era un momento in cui il vento era caduto del tutto e non ebbero dubbio su quale fosse l'origine.
«C'è qualcuno sotto di noi, in cantina», concluse Roland.
«Lo so. E credo di sapere chi è.»
Lui annuì.
Susannah lo fissava. «Tutto torna, vero? È come un rompicapo nel quale stiamo inserendo gli ultimi tasselli.»
Il gemito si ripeté, esile e smarrito. Il grido di qualcuno sulla soglia della morte. Uscirono dal bagno estraendo le pistole. Ma Susannah non pensava che questa volta ne avrebbero avuto bisogno.
5
L'insetto che aveva assunto le sembianze di un simpatico vecchio barzellettiere di nome Joe Collins non si era mosso dal suo posto, ma Oy era indietreggiato di un passo o due. Susannah lo capiva bene. Dandelo aveva cominciato a puzzare e il suo carapace si sgretolava lentamente lasciando filtrare una sostanza bianchiccia. Roland comunque ordinò al bimbolo di rimanere dov'era e di tenerlo d'occhio.
Il lamento echeggiò di nuovo quando raggiunsero la cucina e lì era più forte, ma sulle prima non trovarono una porta che conducesse alla cantina. Susannah ispezionò lentamente il vecchio linoleum tutto screpolato alla ricerca di una botola nascosta. Stava per comunicare a Roland di non aver trovato nulla, quando lui esclamò: «Qui. Dietro la ghiacciaia».
Il frigorifero non era più un Amana di lusso con lo sportellino per i cubetti di ghiaccio; adesso era un pesante mobile-dispensa bisunto, sormontato da una macchina refrigerante dentro un telaio a forma di tamburo. Sua madre ne aveva avuto uno simile quando lei era ancora piccola e rispondeva al nome di Odetta, ma sua madre sarebbe morta piuttosto che permettere che la sua ghiacciaia si insudiciasse anche solo di un decimo. Meglio, un centesimo.
Roland lo spostò agevolmente perché Dandelo, da quel mostro scaltro che era stato, l'aveva montata su una tavoletta provvista di ruote. Difficile pensare che ricevesse molte visite, non in quell'angolo del Fine-Mondo, ma si era comunque premurato di preservare i suoi segreti nel caso qualcuno avesse bussato alla sua porta. Come sicuramente qualcuno faceva di tanto in tanto. E c'era da pensare che pochi avessero ripreso la loro strada dopo essere stati accolti nella piccola baracca di Odd Lane.
La scala che scendeva in cantina era stretta e ripida. A tastoni, Roland trovò un interruttore. Accese due nude lampadine, una a metà della rampa, e l'altra in fondo. Come in risposta alla luce, il gemito si ripeté. Vibrava di dolore e paura, ma non era articolato. Era un lamento che dava i brividi.
«Vieni ai piedi delle scale, chiunque tu sia!» gridò Roland.
Nessuna risposta. Fuori un colpo di vento più impetuoso scagliò neve contro la casa con tanta violenza che frusciò come sabbia.
«Vieni dove possiamo vederti, se no ti lasciamo dove sei!» urlò Roland.
L'inquilino della cantina non emerse nella luce fioca, ma gemette di nuovo, emise un verso che era carico di pena e terrore e - temette Susannah - follia.
Roland la guardò, lei annuì. «Vai tu», gli bisbigliò. «Io starò pronta a intervenire se sarà necessario.»
«Attenta a dove metti i piedi», l'ammonì parlando sottovoce come lei.
Lei annuì di nuovo e fece il gesto d'impazienza che era tipico del pistolero, roteando la mano per incitarlo a sbrigarsi.
Questo fece spuntare uno spettro di sorriso sulle labbra di Roland, che subito dopo cominciò a scendere con la canna della pistola posata nell'incavo della spalla destra. Per un momento somigliò tanto a Jake Chambers, che Susannah ebbe voglia di piangere.
6
La cantina era un labirinto di casse e barili e oggetti appesi a dei ganci e coperti da teli. Susannah non aveva certo voglia di sapere che cosa fossero. Riverberò nuovamente il gemito che questa volta sembrò per metà grido e per metà singhiozzo. Ora i sibili e i rantoli del vento arrivavano ovattati come da una grande distanza.
Roland girò a sinistra e avanzò in un passaggio a zigzag tra casse impilate fino all'altezza della sua testa. Susannah lo seguì mantenendosi a debita distanza e continuando a guardarsi alle spalle. Stava anche attenta a un eventuale allarme lanciato da Oy dal piano di sopra. Vide che su alcune casse accatastate c'era un'etichetta con scritto TEXAS INSTRUMENTS e su alcune altre FIOR DI BISCOTTI CINESI DELLA FORTUNA. Non si stupì di trovare un richiamo ironico allo speciale taxi di cui si erano serviti per un tratto del loro viaggio; non si stupì affatto.
Davanti a lei Roland si fermò. «Lacrime di mia madre», mormorò. Lo aveva sentito usare quell'espressione già una volta quando si erano imbattuti in un cervo caduto in una gola sul fondo della quale giaceva con entrambe le gambe posteriori e una anteriore spezzate. Stava morendo di fame e si era girato verso di loro senza vederli, perché le mosche gli avevano già divorato gli occhi.
Susannah rimase dov'era finché non fu lui a indicarle di raggiungerlo. Allora lo affiancò spingendosi velocemente in avanti con i palmi delle mani.
Nell'angolo più lontano della cantina di Dandelo, l'angolo a sud-est, se Susannah era riuscita a orientarsi, un graticcio di sbarre di ferro racchiudeva una cella di fortuna. Poco distante c'era ancora l'attrezzatura che Dandelo doveva aver usato per saldare le sbarre... ma molto tempo prima, a giudicare dallo spesso strato di polvere sulla bombola di acetilene. Appesa a un gancio a S piantato nel muro di pietra, distante quanto bastava dalla mano del prigioniero, ma abbastanza vicino da irriderlo volutamente, c'era una grossa e antiquata
(dida-cium-dida-ere )
chiave argentata. Il detenuto in questione era in piedi, aggrappato con le mani sporche alle sbarre della sua prigione. Era così magro che Susannah non poté fare a meno di ricordare certe terribili foto di campi di concentramento, immagini dei sopravvissuti di Auschwitz e Bergen-Belsen e Buchenwald, denunce viventi (per modo di dire, viventi) contro l'intero genere umano, con le loro divise a strisce appese agli ossi e i berretti a tocco e quegli occhi, così vivi e così terribili, così pieni di consapevolezza. Vorremmo non sapere che cosa siamo diventati, dicevano quegli occhi, ma purtroppo lo sappiamo.
Qualcosa del genere c'era anche negli occhi di Patrick Danville, mentre protendeva le mani emettendo suppliche inarticolate. Da vicino sembravano a Susannah i versi beffardi di qualche uccello della giungla nella colonna sonora di un film: io-yeee, io-yeee, io-yowk, io-yowk!
Roland staccò la chiave dal gancio e si avvicinò alla porta. Danville lo afferrò per la camicia e il pistolero lo respinse. Fu una reazione totalmente priva di collera, pensò Susannah, ma l'essere rinsecchito dietro le sbarre indietreggiò con gli occhi sbarrati. Aveva i capelli lunghi che gli scendevano fino alle spalle, ma sulle guance la barba era una peluria appena visibile, solo un po' più fitta sul mento e sul labbro superiore. Susannah giudicò che dovesse avere sui diciassette anni, di certo non era molto più vecchio.
«Senza offesa, Patrick», disse Roland in tono assolutamente blando. Infilò la chiave nella serratura. «Perché tu sei Patrick, vero? Sei Patrick Danville?»
Il giovane denutrito in jeans e camicia grigia (questa gli arrivava fin quasi alle ginocchia) continuò a indietreggiare fino al vertice del triangolo della sua cella. Quando toccò il muro di pietra con la schiena, scivolò lentamente a sedere accanto al secchio che presumibilmente serviva a raccogliere i suoi escrementi e la camicia prima gli si ripiegò davanti al ventre, quindi gli scivolò tra le gambe come acqua, mentre le ginocchia salivano a incorniciargli il volto smunto e pieno di terrore. Quando Roland aprì la cella e spinse verso l'interno il graticcio di sbarre privo di cardini, Patrick Danville riprese a emettere quel suo verso da uccello, questa volta più forte: IO-YEEE, IO-YOWK, IO-YEEEEE! Susannah digrignò i denti. Quando Roland fece per entrare nel suo angolo di detenzione, il ragazzo mandò uno strillo ancora più potente e cominciò a battere la testa contro il muro. Roland retrocesse subito. Il ragazzo cessò di menare quelle spaventose zuccate contro la pietra, ma guardò lo sconosciuto con terrore e diffidenza. Poi protese di nuovo le mani sporche e dalle dita lunghe, come chiedendo soccorso.
Roland guardò Susannah, che fece perno sulle mani ruotando in maniera da entrare nella cella. Nel suo angolo, il prigioniero emise di nuovo quello strano pigolio e s'incrociò le mani davanti al petto in un patetico gesto di difesa.
«No, tesoro.» Era la voce di una Detta Walker che Susannah non aveva mai udito prima, né aveva sospettato esistesse. «No, tesoro, non ti faccio male, se no ti piantavo due palle nella testa come ho fatto con il bastardo di sopra.»
Scorse qualcosa negli occhi di lui, forse un brevissimo sussulto che espose una maggior superficie del bianco iniettato di sangue. Gli sorrise e annuì. «Sissignore! Mister Collins... è schiattato! Non verrà più quaggiù a... cosa? Cosa ti faceva, Patrick?»
Sopra di loro, smorzato dai muri di pietra, il vento fischiò. Le luci vacillarono; la casa scricchiolò e gemette.
«Cosa ti faceva, ragazzo?»
Niente da fare, non capiva. Stava giusto giungendo a questa conclusione, quando Patrick Danville si abbassò le mani sullo stomaco. Accartocciò i lineamenti in un'espressione contratta che voleva esprimere ilarità.
«Ti faceva ridere?»
Raggomitolato nel suo angolo, Patrick annuì. La sua faccia si contorse ancora di più. Le sue mani si chiusero in due pugni che si portò al volto. Con essi si sfregò le guance, poi si strofinò gli occhi, prima di guardarla di nuovo. Susannah notò che aveva una piccola cicatrice sul naso.
«Ti faceva anche piangere.»
Patrick confermò con un cenno del capo. Ripeté la mimica della risata, tenendosi la pancia e facendo ho-ho-ho; poi mimo il pianto, asciugandosi le lacrime dalle guance lanuginose; infine aggiunse un gesto nuovo, portandosi alla bocca le mani a conca e producendo schiocchi con le labbra.
«Ti faceva ridere, ti faceva piangere, ti faceva mangiare», disse Roland da dietro Susannah.
Patrick agitò la testa con impeto, sbattendola di nuovo involontariamente contro le pareti di pietra che gli si congiungevano dietro la nuca.
«Lui mangiava», precisò Detta, «È questo che cerchi di dire, vero? Dandelo mangiava.»
Patrick annuì con vigore.
«Ti faceva ridere, ti faceva piangere, e poi mangiava quello che veniva fuori. È questo che faceva!»
Patrick annuì di nuovo e scoppiò in lacrime. Emise altri inarticolati gemiti di disperazione. Susannah avanzò lentamente nella cella, spingendosi con le mani, pronta a ritrarsi se il ragazzo avesse ripreso a sbattere la testa. Non accadde. Quando gli fu davanti, lui le posò la faccia sul petto e continuò a piangere così. Susannah si girò a guardare Roland e con gli occhi lo invitò a raggiungerla.
Quando Patrick alzò lo sguardo su di lei, vide in esso la stolida adorazione di un cane.
«Non avere più paura», lo tranquillizzò Susannah: Detta se n'era andata di nuovo, stanca probabilmente d'aver espresso tanto affetto. «Non ti prenderà più, Patrick, è morto e defunto, freddo come un sasso in un fiume. Ora voglio che tu faccia una cosa per me. Voglio che tu apra la bocca.»
Patrick scosse subito la testa. Nei suoi occhi era ricomparsa la paura, ma ora c'era qualcos'altro di più inquietante ancora. C'era vergogna.
«Sì, Patrick, sì. Apri la bocca.»
Di nuovo lui scosse la testa con forza e i lunghi capelli bisunti sferzarono l'aria da una parte all'altra.
«Cosa...» cominciò Roland.
«Zitto», gli intimò lei. «Apri la bocca, Patrick, facci vedere. Poi ti porteremo fuori di qui e non dovrai tornarci più. Non farai più da pasto per Dandelo.»
Patrick la guardò, implorante, ma Susannah tenne duro, fissandolo negli occhi. Finalmente lui chiuse i suoi e lentamente aprì la bocca. I denti c'erano, ma la lingua no. A un certo punto Dandelo doveva essersi stufato di sentire la voce del suo prigioniero, o le parole che la sua voce pronunciava... e gliel'aveva strappata.
7
Venti minuti dopo, dalla soglia della cucina, osservavano Patrick Danville consumare una scodella di minestra. Almeno metà colava sulla camicia grigia del ragazzo, ma andava bene lo stesso, c'era minestra in quantità e nell'unica stanza della baracca c'erano altre camicie, senza contare il pesante eskimo di Collins appeso nell'ingresso, che probabilmente Patrick avrebbe indossato da lì in avanti. Quanto alle spoglie di Dandelo - Joe Collins che fu - le avevano avvolte in tre coperte e buttate senza complimenti nella neve.
«Dandelo era un vampiro che si nutriva di emozioni, invece che di sangue», ricapitolò Susannah. «Patrick... Patrick era la sua vacca. Ci sono due modi per ottenere nutrimento da una vacca: carne o latte. Il problema con la carne è che dopo aver consumato i pezzi di prima scelta, quelli di seconda e di terza e infine lo spezzatino fatto con quel che resta, non ce n'è più. Se prendi il latte, invece, puoi andare avanti per sempre... se naturalmente ti ricordi di dar da mangiare qualcosa anche alla vacca, almeno qualche volta.»
«Secondo te da quanto tempo lo teneva prigioniero là sotto?» chiese Roland.
«Non ne ho idea.» Ma ricordava la polvere sulla bombola di acetilene, la ricordava fin troppo bene. «Parecchio, comunque. A lui deve essere sembrata un'eternità.»
«E faceva male.»
«Molto. Per quanto debba avergli fatto male quando Dandelo gli ha strappato la lingua, scommetto che farsi succhiare le emozioni era ancora più doloroso. Vedi anche tu com'è ridotto.»
Certamente, ma Roland vedeva qualcos'altro ancora. «Non possiamo portarlo fuori in quella bufera. Anche se avesse addosso tre strati di indumenti pesanti, sono sicuro che ne morirebbe.»
Susannah annuì. Ne era convinta anche lei. Di quello e di qualcos'altro ancora: non avrebbe potuto restare in quella casa. In essa rischiava di morire lei.
Quando lo confessò a Roland, il pistolero concordò con lei. «Ci accamperemo nella stalla in attesa che passi la tempesta. Farà freddo, ma vedo due possibili vantaggi: potrebbe arrivare Mordred e potrebbe tornare Lippy»
«Li uccideresti entrambi?»
«Aye, se mi sarà possibile. Qualche problema?»
Lei rifletté, poi scosse la testa.
«Va bene. Prepariamo quello che ci serve da portare nella stalla, perché per almeno due giorni saremo senza fuoco, forse anche quattro.»
8
Dovettero trascorrere tre notti e due giorni perché la tempesta di neve si soffocasse con il proprio furore e si esaurisse. All'imbrunire del secondo giorno, dai turbini di neve riapparve zoppicando Lippy e Roland le piantò una pallottola nel cuneo cieco che aveva per testa. Mordred non si fece vedere, ma Susannah ne avvertì la presenza durante la seconda notte. Forse anche Oy, perché rimase a lungo davanti alla porta della stalla ad abbaiare alla neve che cadeva.
Intanto Susannah venne a sapere di Patrick Danville più di quanto si fosse aspettata. La cattività aveva avuto gravi conseguenze sulla sua mente e questo non la meravigliò. La sorprese invece la sua capacità di recupero, per quanto limitata. Dubitava che, sottoposta a una simile tortura, lei stessa sarebbe mai riuscita a riprendersi. Forse il suo talento gli era stato d'aiuto. Ne aveva constatato gli effetti lei stessa, nell'ufficio di Sayre.
Dandelo lo aveva nutrito con il minimo necessario per tenerlo in vita e lo aveva rapinato delle sue emozioni a intervalli regolari: due volte alla settimana, qualche volta tre, raramente quattro. Ogni volta che Patrick si convinceva che quella successiva gli sarebbe stata fatale, veniva salvato dall'arrivo di qualche viandante. Negli ultimi tempi i saccheggi di Dandelo erano diventati più saltuari grazie al fatto che la sua tana aveva ricevuto un insolito numero di visite. Quella notte, dopo che si furono coricati nel fienile, Roland disse a Susannah che secondo lui la gran parte delle ultime vìttime di Dandelo erano state esuli in fuga o da le Casse Roi Russe o dal villaggio circostante. Susannah poteva ben immaginare che cosa avessero pensato quei profughi: il Re se n'è andato, quindi approfittiamone e battiamocela anche noi. Sai mai che al Grande Rosso venga in mente di tornare e ormai è partito per una tangente nella testa, il suo cervello è andato alle ortiche, è in balia di un ascensore che non arriva più all'ultimo piano.
Ogni tanto, al cospetto del suo prigioniero, Joe assumeva la sua autentica forma di Dandelo; dopodiché divorava il terrore prodotto nel ragazzo. Ma non si era certamente limitato a mungere terrore dalla sua «vacca». Era presumibile che emozioni diverse corrispondessero a sapori diversi, un po' come mangiare carne di maiale una volta e la volta dopo pollo arrosto e il giorno dopo ancora pesce alla griglia.
Patrick non era in grado di parlare, ma poteva gesticolare. E andò meglio ancora quando Roland mostrò loro un improbabile ritrovamento che proveniva dalla dispensa. Su una delle mensole più alte c'erano alcuni blocchi di fogli da disegno di grandi dimensioni con scritto: MICHELANGELO, GRANA DA CARBONCINO. Loro non avevano carboncino, ma assieme agli album c'erano delle matite Eberhard-Faber n. 2 nuove di zecca, tenute insieme con un elastico. A rendere oltremodo singolare il ritrovamento era il fatto che qualcuno (presumibilmente Dandelo) aveva accuratamente rimosso la gommina per cancellare dall'estremità di tutte le matite. Le gomme erano in un vaso di vetro vicino alle matite, insieme con alcuni fermagli e un temperamatite che somigliava al fischietto applicato ai pochi piatti Oriza di quelli che avevano portato con sé da Calla Bryn Sturgis. Quando Patrick vide gli album, i suoi occhi di solito spenti, si illuminarono e subito protese le mani emettendo garriti gutturali e concitati.
Roland guardò Susannah, la quale si strinse nelle spalle e disse: «Vediamo che cosa riesce a fare. Io ne ho già una buona idea, e tu?»
Risultò che poteva fare molto. L'abilità di disegnatore di Patrick Danville era quasi stupefacente. E i suoi disegni gli restituirono tutta la voce che gli serviva. Li tracciò uno via l'altro e con evidente soddisfazione, per nulla turbato dalla loro straziante drammaticità. Disegnò Joe Collins nell'atto di affondare con un ghigno di godimento la lama di una scure nella testa di un visitatore inconsapevole. Accanto al punto dell'impatto, il giovane scrisse CHUNT! e SPLOOSH! in grandi lettere da fumetti. Sopra la testa di Collins, Patrick disegnò una nuvoletta che conteneva il pensiero del mostro: BECCATI QUESTA, BABBEO! In un altro disegno si vedeva lui stesso disteso per terra ridotto all'impotenza dalle risa descritte con terrificante accuratezza, (senza che avesse dovuto scrivere HA! HA! HA! sopra la propria testa), mentre Collins lo guardava, incombendo su di lui con le mani sui fianchi. Patrick strappò dall'album il foglio su cui aveva appena finito di tracciare quel disegno e velocemente ne compose un altro con Collins in ginocchio che teneva la testa di Patrick sollevata per i capelli avvicinandogli le labbra alla bocca contratta in una dolorosa risata. Senza mai staccare la punta della matita dalla carta, con una rapidità da artista consumato, il ragazzo tracciò un altro palloncino da fumetto sopra la testa del vecchio e in esso scrisse otto lettere e due punti esclamativi.
«Che cosa dice?» chiese Roland affascinato.
«YUM! BUONO!» rispose Susannah. La nausea le aveva strozzato la voce.
A parte i soggetti che sceglieva, avrebbe potuto guardarlo disegnare per ore... e così in effetti fu. La velocità della matita era impressionante e a nessuno dei due venne mai in mente di offrirgli una delle gomme amputate, perché non ce n'era mai bisogno. O il giovane non commetteva mai errori, o sapeva incorporarli nel disegno in modo da trasformarli - be', perché fermarsi davanti a una parola quando è la parola giusta? - piccoli atti di genialità. E le immagini che uscivano dalla sua matita non erano schizzi, bensì opere d'arte compiute. Susannah s'immaginava che cosa questo Patrick, o un altro Patrick in un altro mondo sul sentiero del Vettore, sarebbe stato capace di realizzare dipingendo a olio e questa consapevolezza le faceva sentire freddo e caldo allo stesso tempo. Che cosa avevano davanti ai loro occhi? Un Rembrandt senza lingua? Le sovvenne che era il loro secondo idiota sapiente. Il terzo, volendo contare Oy oltre a Sheemie.
L'unica volta in cui Susannah si soffermò a riflettere sul fatto che disdegnasse le gomme per cancellare, concluse che nel suo atteggiamento si rispecchiava la tipica presunzione dei geni. Non una volta lei o Roland presero in considerazione l'eventualità che quella versione giovane di Patrick Danville potesse non avere neppure cognizione dell'esistenza delle gomme per cancellare.
9
Sul finire della terza notte, Susannah si svegliò nel fienile, guardò per un momento Patrick che dormiva accanto a lei e scese la scala. Roland sostava sulla soglia della stalla. Guardava fuori fumando una sigaretta. Non nevicava più. Era spuntata una tarda luna che animava la neve fresca caduta sulla Via della Torre in un nastro luccicante di silenziosa bellezza. Non c'era vento e il freddo era così intenso che Susannah sentì scricchiolare la pellicola di umore che aveva nel naso. Udì in lontananza il rombo di un motore. Tese l'orecchio ed ebbe l'impressione che si stesse avvicinando. Chiese a Roland se aveva idea di che cosa fosse e quale significato potesse avere per loro.
«Secondo me deve essere il robot che chiamava Bill Tartaglia, uscito a sgombrare la strada dopo la nevicata», rispose. «È possibile che abbia sulla testa una di quelle antenne come avevano i Lupi. Ricordi?»
Susannah ricordava molto bene e così rispose.
«Può darsi che avesse stipulato qualche speciale alleanza con Dandelo», aggiunse Roland. «Lo ritengo improbabile, ma non sarebbe la cosa più strana fra quelle in cui mi sono imbattuto. Tieni pronto uno dei tuoi piatti, se dovesse mostrarsi ostile. Io terrò pronta la mia pistola.»
«Ma tu sei ottimista.» Susannah desiderava una conferma precisa su quel punto.
«Sì», le rispose Roland. «Potrebbe trasportarci forse addirittura fino alla Torre. O anche solo portarci fino alla fine delle Terre Bianche. Sarebbe già un grosso vantaggio, perché il ragazzo è ancora debole.»
Questo risvegliò un dubbio nella mente di lei. «Noi lo chiamiamo ragazzo, perché sembra molto giovane», notò. «Secondo te quanti anni ha?»
Roland scosse la testa. «Di certo non meno di sedici o diciassette, ma potrebbe averne anche trenta. Quando i Vettori venivano aggrediti, il tempo funzionava in maniera strana e procedeva talvolta per balzi e contorsioni. Nessuno ne è stato testimone meglio di me.»
«È stato Stephen King a metterlo sulla nostra strada?»
«Non ne ho idea, ma di sicuro sapeva di lui.» Una pausa. «La Torre è così vicina! La senti?»
La sentiva anche lei, la sentiva sempre. Talvolta era una pulsazione, talvolta un canto, molto spesso entrambi. E c'era ancora quella Polaroid nella baracca di Dandelo. Quella almeno non era stata parte della malia. Ogni notte nei suoi sogni vedeva almeno una volta la Torre di quella foto ergersi in fondo al suo campo di rose, pietre color grigio fumo affastellate sullo sfondo irrequieto di un cielo in cui le nubi scorrevano in quattro direzioni, lungo i due Vettori ancora integri. Sapeva che cosa cantavano le voci - Commala! Commala! Commala-come-come! - ma non credeva che cantassero a lei o per lei. No, diciamo no, diciamo mai e poi mai; quella era la canzone di Roland e solo di Roland. Ma aveva cominciato a sperare che non per questo fosse suo destino morire fra quella stalla e la meta della loro ricerca.
Aveva fatto anche lei i suoi sogni personali.
10
Meno di un'ora dopo lo spuntar del sole (all'est preciso e tutti noi diciamo grazie), dall'orizzonte apparve un veicolo arancione che era un incrocio tra un camion e un bulldozer. Venne lentamente verso di loro spingendo una grande ala di neve fresca sulla sua destra, grazie alla quale su quel lato il cumulo s'ingigantiva ulteriormente. Susannah si aspettava che quando fosse arrivato all'incrocio di Via della Torre con Odd Lane, Bill Tartaglia (doveva essere sicuramente lui a condurre lo spazzaneve) avrebbe girato la macchina per risalire la strada nella direzione opposta. Magari era abituato a sostare per un caffè o una spruzzatina di olio lubrificante. Le venne da sorridere a quell'idea e anche per qualcos'altro. Sul tetto della cabina era montato un altoparlante che diffondeva un pezzo rock che conosceva benissimo. Rise divertita. «California Sun! I Rivieras! Oh, favoloso.»
«Se lo dici tu», rispose Roland. «Ma tieni sottomano quel piatto.»
«Contaci.»
Li aveva raggiunti Patrick. Come sempre, da quando Roland li aveva trovati nella dispensa, aveva con sé un album e una matita. Ora scrisse una parola in stampatello e la mostrò a Susannah, sapendo che Roland riusciva a leggere assai poco di quel che scriveva, anche quando tracciava lettere che erano grandi-grandi. La parola nel quadrante inferiore del foglio era BILL. Era sotto un incredibile ritratto di Oy, accompagnato dalla solita nuvoletta sopra la testa, in cui aveva scritto YARK! YARK! Sul disegno Patrick aveva tirato due linee incrociate, per farle capire che il ritratto non era quello che voleva mostrarle. Quell'enorme X le provocò una fitta al cuore, perché l'immagine di Oy che c'era sotto sembrava dover prendere vita da un momento all'altro.
11
Lo spazzaneve si fermò davanti alla baracca di Dandelo e, sebbene il motore rimanesse acceso, la musica fu spenta. Dal posto di guida si calò a terra un alto robot (più di due metri di statura certamente) dalla testa scintillante che somigliava non poco a Nigel della Stazione Sperimentale dell'Arco 16 e a Andy di Calla Bryn Sturgis. Flesse le braccia metalliche e si portò le mani metalliche ai fianchi in un atteggiamento che, se fosse stato presente, avrebbe ricordato a Eddie C3P0 di George Lucas. Poi la voce amplificata dell'automa rimbombò nell'aria propagandosi per tutta la vasta estensione di terre innevate:
«SALVE, J-JOE! COME V-V-VA? NUOVI TRUCCHI A KO-KO-KOKOMO?»
Roland uscì dall'alloggio della non compianta Lippy. «Hile, Bill», lo salutò in tono cordiale. «Lunghi giorni e piacevoli notti.»
Il robot si girò. I suoi occhi mandarono un lampo blu. A Susannah sembrò un'espressione di sorpresa. Non manifestò però allarme, almeno a suo avviso, e non sembrava armato, ma aveva già notato l'antenna che gli usciva dal centro della testa e che ruotava nella luce brillante del mattino: era sicura di potergliela far saltar via con un Oriza se, dovesse essere il caso. «Come bere un bicchier d'acquavite», avrebbe detto Eddie.
«Ah!» esclamò il robot. «Un piss-o, pitt-o, p-p-p...» Alzò un braccio che aveva due gomiti invece di uno e si batté la mano sulla testa. Dall'interno giunse un pigolio - whiiip! - e finalmente riuscì a dirlo: «Un pistolero!»
Susannah rise. Non seppe trattenersi. Erano arrivati fin lì per imbattersi in una sovradimensionata versione elettronica di Porky Pig. T'beya-t'beya, that's all, folks!
«Avevo sentito voci in g-g-giro», commentò il robot senza badare a lei. «Sei R-R-Roland di G-Gilead?»
«Sì», rispose lui. «E tu?»
«William, D-746541-M, Robot Manutenzione, Molte Altre Funzioni. Joe Collins mi chiama B-Bill Tar-Tartaglia. Da qualche parte ho un cici-circuito f-f-fritto. Potrei ripararlo, ma lui me lo ha p-proibito. E siccome è l'unico u-umano presente... o era...» S'interruppe. Susannah udì distintamente gli scatti del relè dentro l'automa e a lei non venne in mente C3P0, che naturalmente non aveva mai visto, bensì il Robot Robby da Il pianeta proibito.
Poi Bill Tartaglia le toccò il cuore portandosi la mano metallica alla fronte e inchinandosi... ma non a lei o a Roland. «Hile, Patrick D-Danville, figlio di S-S-Sonia!» salutò. «È bello vederti fuori e al s-s-sicuro, orsì!» E Susannah sentì l'emozione nella voce di Bill Tartaglia. Era felicità sincera, la sua, e ritenne di poter tranquillamente riporre il piatto.
12
Confabularono nell'aia. Bill sarebbe entrato volentieri nella baracca, perché il suo sistema olfattivo era solo rudimentale. Gli umani erano meglio attrezzati e sapevano che la baracca puzzava; non avrebbe nemmeno offerto loro un ambiente più confortevole, visto che caldaia e caminetto erano entrambi spenti. Fu comunque un conciliabolo breve. William il Robot Manutenzione (Molte Altre Funzioni) considerava come suo padrone l'essere che si faceva talvolta chiamare Joe Collins perché non c'erano altri umani a rivendicare quel titolo. Inoltre Collins/Dandelo era in possesso dei codici necessari.
«Non ho p-potuto d-dargli i c-codici quando me li ha c-chiesti», spiegò Bill Tartaglia, «ma la mia p-programmazione non mi p-proibiva di portargli cer-certi m-manuali che contenevano le i-informazioni che gli servivano.»
«La burocrazia è una grande comunità», commentò Susannah.
Bill rivelò che si teneva alla larga da J-J-Joe il più spesso (e più a lungo) possibile, ma che era costretto a tornare quando c'era da sgombrare la neve dalla Via della Torre - anche questo era nella sua programmazione - e una volta al mese per portare provviste (soprattutto scatolame), prelevate da quello che chiamava «il Federale». Gli faceva anche piacere vedere Patrick che una volta gli aveva regalato un bellissimo ritratto di sé che riguardava spesso (e di cui aveva prodotto un gran numero di copie). Tuttavia ogni volta che tornava, confidò loro, era sicuro di non trovare Patrick, ucciso o scaricato come un sacco di immondizie nei boschi dalla parte dove c'erano quelle che Bill chiamava le «B-B-Badlands». Rivederlo adesso vivo e libero era per Bill motivo di piacere.
«Perché ho e-e-m-mozioni r-r-rudimentali», aggiunse quasi con l'aria di chi confessa un brutto vizio.
«Hai bisogno di un codice anche da parte nostra, per accettare di eseguire i nostri ordini?» volle sapere Roland.
«Sì, sai», rispose Bill Tartaglia.
«Merda», borbottò Susannah. Avevano avuto problemi analoghi anche con Andy, giù a Calla Bryn Sturgis.
«T-T-Tuttavia», proseguì, «se voleste esprimere i v-v-vostri ordini come s-s-suggerimenti, sono certo che sarei f-f-f-f...» Alzò la mano per battersi di nuovo la testa. Di nuovo si udì quel whiiip! Non lontano dalla sua bocca, ma originato in un punto preciso del petto, sembrò a Susannah. «... felice di accontentarvi», finì il robot.
«Il mio primo suggerimento è di riparare quella fottuta balbuzie», disse Roland, poi si girò a guardare sorpreso Patrick, che era stramazzato nella neve ridendo sguaiatamente con le mani schiacciate sull'addome. Oy gli saltellava intorno abbaiando, ma era inoffensivo; questa volta non c'era nessuno a derubare Patrick della sua gioia. Apparteneva a lui soltanto e ai fortunati che potevano assistervi.
13
Nel bosco al di là dell'incrocio sgombrato dallo spazzaneve, nella direzione di quelle che Bill chiamava le «Bad», un adolescente spiava i quattro davanti alla baracca di Dandelo rabbrividendo di freddo nei puzzolenti pezzi di pelle che lo ricoprivano. Morite, pensava. Morite, perché non mi fate un gran favore e non morite? Ma non morirono e il suono gaio delle loro risa lo ferivano come lame di coltello.
Più tardi, quando tutti e quattro furono partiti a bordo dello spazzaneve di Bill, Mordred uscì allo scoperto e si avvicinò alla baracca. Lì avrebbe soggiornato per almeno due giorni, saziandosi con le provviste della dispensa di Dandelo... e mangiando qualcos'altro ancora che avrebbe rimpianto per il resto dei suoi giorni. Quei giorni gli servirono per recuperare le forze, perché la terribile bufera lo aveva veramente quasi ucciso. Era convinto che fosse stato il suo odio a tenerlo in vita, quello e nient'altro.
O forse era stata la Torre.
Perché anche lui la sentiva, sentiva quel pulsare, quel canto. Ma quello che Roland, Susannah e Patrick udivano in chiave maggiore, Mordred lo sentiva in una minore. E laddove loro udivano molte voci, lui ne sentiva una sola. Era la voce del suo Padre Rosso, che lo chiamava a sé, gli diceva di uccidere il giovane mutante e la troia cornacchia, ma soprattutto il pistolero di Gilead, l'insensibile Papà Bianco che lo aveva abbandonato (naturalmente anche il Papà Rosso lo aveva abbandonato, ma questo era un aspetto che alla mente di Mordred era sfuggito).
E quando li avesse uccisi, prometteva il bisbiglio, insieme avrebbero distrutto la Torre Nera e avrebbero governato insieme per l'eternità i territori della contezza.
Così Mordred mangiò, perché Mordred aveva fa-fame. E Mordred dormì perché Mordred aveva so-sonno. E quando Mordred indossò gli indumenti caldi di Dandelo e partì sulla Via della Torre sgombrata di fresco tirando dietro di sé un voluminoso sacco su una slitta - viveri in scatola, soprattutto - era diventato un giovane uomo che dimostrava forse vent'anni d'età, alto ed eretto e bello come un'alba d'estate, minimamente deturpato nell'aspetto solo dalla cicatrice sul fianco dove era stato scalfito dal proiettile di Susannah, e dalla voglia color sangue sul tallone. Un tallone, aveva giurato a se stesso, che avrebbe premuto sulla gola di Roland. In un futuro molto prossimo.
PARTE QUINTA
IL CAMPO ROSSO DI CAN'KA NO REY
1
Pustola e porta
(Addio, amore mio)
1
Negli ultimi giorni del loro lungo viaggio, dopo che Bill - ora solo Bill, non più Bill Tartaglia - li ebbe lasciati al Federale, sul confine delle Terre Bianche, Susannah Dean cominciò a soffrire di frequenti attacchi di pianto. Quando avvertiva i sintomi di una crisi imminente si scusava e si appartava nei cespugli prendendo come scusa le sue necessità fisiologiche. Si sedeva così su un tronco caduto o anche sul freddo terreno, si copriva il volto con le mani e lasciava scorrere le lacrime. Se Roland sapeva che cosa stava accadendo - e non poteva non aver notato i suoi occhi rossi quanto tornava sulla strada - non fece commenti. Chiaramente lo sapeva anche lui.
Il tempo di Susannah nel Medio-Mondo - e nel Fine-Mondo - era quasi al termine.
Con il suo bello spazzaneve arancione, Bill li portò a una solitaria baracca di lamiera sulla quale una scritta scolorita diceva
AVAMPOSTO FEDERALE 19
GUARDIA DELLA TORRE
VIETATO PROSEGUIRE!
L'Avamposto Federale 19 doveva trovarsi tecnicamente ancora nelle Terre Bianche di Empathica, ma durante la discesa sulla Via della Torre, l'aria si era andata considerevolmente riscaldando e la neve sul terreno si era ridotta a una crosticina. Più avanti il paesaggio era punteggiato da macchie di alberi, ma Susannah pensava che presto si sarebbero trovati in una regione totalmente aperta, come le praterie del Midwest americano. C'erano cespugli che probabilmente nella stagione calda fornivano bacche - forse anche la fitolacca - ma al momento era spogli e facevano un rumore di chiacchiericcio nel vento quasi costante. Ai lati della Via della Torre - che se prima era asfaltata ora si era ridotta a poco più di un paio di solchi irregolari - vedevano soprattutto alti ciuffi di erba sbucare dal sottile strato di neve. Bisbigliavano nel vento e Susannah sapeva che cosa cantavano: Commala-come-come, il tuo viaggio sta finendo.
«Io mi devo fermare qui», annunciò Bill spegnendo lo spazzaneve e segando Little Richard in pieno ritornello. «Dico scusa, come è d'uso nell'Arco della Frontiera.»
La loro marcia era durata una giornata piena e metà di quella successiva e in quel tempo li aveva intrattenuti con un flusso ininterrotto di quelli che lui chiamava «golden oldies». Alcuni pezzi non erano per niente vecchi per Susannah; canzoni come Sugar Shack e Heat Wave erano grandi successi radiofonici all'epoca in cui lei rientrava dalla sua piccola vacanza nel Mississippi. Altre, non le aveva mai sentite. La musica non era registrata su dischi o nastri, bensì su splendidi dischetti argentati che Bill chiamava «ciddì». Li inseriva in una fessura in mezzo alla ricca strumentazione del cruscotto e la musica veniva diffusa da almeno otto diversi altoparlanti. Se ne sarebbe beata per il semplice fatto che era musica, pensò Susannah, che però si lasciò incantare da due brani in particolare, che non aveva mai udito prima. Uno era un piccolo rocker di trascinante allegria intitolato She Loves You. L'altro, triste e riflessivo, s'intitolava Hey Jude. Roland, che evidentemente conosceva quest'ultimo, si mise a cantarlo ascoltandolo, sebbene le sue parole fossero diverse da quelle che uscivano dai molti altoparlanti dello spazzaneve. Quando chiese lumi a Bill, il robot le disse che il gruppo si chiamava The Beetles.
«Che nome buffo per un gruppo rock», commentò Susannah.
Patrick, seduto con Oy sul minuscolo sedile posteriore, le batté il dito sulla spalla. Susannah si girò e lui le mostrò l'album sul quale non smetteva di disegnare. Sotto un ritratto di Roland di profilo, aveva scritto: BEATLES, NON BEETLES.
«È un nome buffo per un gruppo rock comunque lo scrivi», insisté Susannah e le venne un'idea. «Patrick, tu hai il tocco?» Quando lui corrugò la fronte e alzò le mani - non capisco, diceva con quel gesto -, Susannah riformulò la domanda: «Sai leggere nella mia mente?»
Allora il ragazzo si strinse nelle spalle e sorrise. Non lo so, le stava dicendo questa volta, ma secondo lei lo sapeva benissimo. Eccome, se lo sapeva.
3
Arrivarono al «Federale» verso mezzogiorno e lì Bill servì loro un ultimo pasto. Patrick fagocitò la propria razione, quindi andò a sedersi in disparte con Oy ai piedi e prese a disegnare i compagni al tavolo di quella che doveva essere stata la sala operativa. Lì le pareti erano occupate da una schiera di schermi televisivi, almeno trecento, secondo il calcolo di Susannah. E dovevano essere stati costruiti per durare, perché alcuni erano ancora in funzione. Solo pochi trasmettevano immagini della regione collinare intorno alla postazione, mentre per la maggior parte mostravano solo neve e uno in particolare una serie di linee ondeggianti che non poteva guardare a lungo senza che le venisse il mal di mare. Bill spiegò che sui monitor dove si vedeva la neve venivano trasmesse in passato le immagini provenienti da satelliti in orbita intorno alla Terra, le cui telecamere però erano defunte ormai da tempo. Quello con le linee in movimento era più interessante. Bill disse loro che solo fino a pochi mesi prima su quel monitor si vedeva la Torre Nera. Poi, all'improvviso, l'immagine si era dissolta in quello scorrere di linee.
«Non credo che al Re Rosso piacesse apparire in televisione», commentò Bill. «Specialmente se sapeva che stava arrivando qualcuno. Nessuno vuole un altro sandwich? Ce ne sono in quantità, ve l'assicuro. No? Minestra, allora? Tu, Patrick? Sei così magro, sai... troppo, troppo magro.»
Patrick ruotò l'album per mostrare loro un disegno di Bill che s'inchinava davanti a Susannah con un vassoio di sandwich appena tagliati in una mano di metallo e una caraffa di tè freddo nell'altra. Come tutti i disegni di Patrick era ben più di una caricatura, eppure eseguito con una rapidità che aveva del sovrannaturale. Susannah applaudì. Roland sorrise e annuì. Patrick sorrise a sua volta, ma a denti stretti, perché nessuno dovesse vedere il vuoto della sua bocca. Poi girò il foglio e incominciò a disegnare su quello sottostante.
«Dietro ci sono dei veicoli», li informò Bill, «e qualcuno funziona ancora. Posso darvene uno a trazione integrale. Non vi posso assicurare che funzioni alla perfezione, ma credo di poter dire che vi porterà comunque fino alla Torre Nera, che non è a più di centoventi ruote da qui.»
Un'ansia improvvisa provocò in Susannah un violento sussulto allo stomaco. Centoventi ruote corrispondevano a cento miglia, forse un po' meno. Erano davvero vicini. Vicini da far paura.
«Dovete evitare di arrivare alla Torre con il buio», li ammonì Bill. «Così almeno parrebbe a me, tenuto conto del nuovo inquilino. Ma cosa sarà mai un ultimo bivacco notturno ai bordi della strada per grandi viaggiatori come voi? Uno scherzetto, direi! Ma anche con un'ultima notte di sosta lungo la via (e scongiurando qualche guasto, che sanno gli dei sono sempre possibili), avrete in vista la vostra destinazione a metà mattina del giorno dopo domani.»
Roland rifletté a lungo e con molta concentrazione. Mentre lui pensava, Susannah dovette obbligare se stessa a respirare, perché qualcosa dentro di lei glielo voleva impedire.
Non sono pronta, pensava quel qualcosa. E c'era una parte più profonda dentro di lei, una parte che ricordava ogni sfumatura di quello che era diventato un sogno ricorrente (e in continua evoluzione), che pensava un'altra cosa: Non è previsto che io ci arrivi. Non fino in fondo.
«Io ti ringrazio, Bill», disse finalmente Roland, «tutti noi ti diciamo grazie, ne sono sicuro, ma credo che declinerò la tua gentile offerta. Se tu mi chiedessi perché, non saprei risponderti. Dico solo che sento che il giorno dopo domani è troppo presto. Sento che è nostro dovere percorrere l'ultimo tratto di strada a piedi, così come abbiamo viaggiato finora.» Trasse un respiro profondo e lo esalò. «Non sono ancora pronto per arrivarci. Non del tutto.»
Anche tu, si meravigliò Susannah. Anche tu.
«Ho bisogno di un altro po' di tempo per preparare mente e cuore. Magari anche l'anima.» Si tolse dalla tasca posteriore la fotocopia della poesia di Robert Browning lasciata loro nell'armadietto dei medicinali di Dandelo. «C'è scritto qualcosa qui sull'opportunità di ricordare i vecchi tempi prima di presentarsi all'ultima battaglia... o all'ultima difesa. È ben detto. E forse in realtà tutto ciò di cui ho bisogno è quello di cui parla questa poesia, uno scorcio delle più felici vedute di un tempo che fu. Non so. Ma se Susannah non ha niente in contrario, credo che andremo a piedi.»
«Susannah non ha niente in contrario», rispose lei sottovoce. «Susannah pensa che sia proprio quello che ha ordinato il dottore. Susannah è contraria solo a farsi tirar dietro come un tubo di scarico scassato.»
Roland le rivolse un sorriso di ringraziamento, ma fu un gesto un po' meccanico, il suo: in quegli ultimi giorni sembrava essersi allontanato un po' da lei. «Non avresti un carretto che io possa tirare?» chiese poi a Bill. «Dovremo portar via almeno un po' di bagaglio... e c'è anche Patrick. Non potrà camminare per tutto il tempo.»
Patrick s'indignò. Flesse il braccio davanti a sé, chiuse il pugno e fece affiorare il bicipite. Il risultato, una gobbetta minuscola, non più grande di un uovo d'oca, lo indusse a riabbassare precipitosamente il braccio, pieno di imbarazzo.
Susannah sorrise e gli batté la mano sul ginocchio. «Non fare quella faccia, zuccherino. Non è colpa tua se sei rimasto per Dio solo sa quanto tempo chiuso in quella gabbia come Hänsel e Gretel nella casa della strega.»
«Sono sicuro di avere qualcosa», dichiarò Bill, «e anche un piccolo veicolo a batteria per Susannah. Quello che non ho, lo posso fabbricare. Mi ci vorranno al massimo una o due ore.»
Roland stava meditando. «Se partiamo da qui avendo ancora cinque ore di luce a disposizione, potremmo percorrere dodici ruote prima del tramonto. Quelle che per Susannah sarebbero nove o dieci miglia. Altri cinque giorni di quest'andatura non troppo impegnativa ci porterebbero alla Torre che ho cercato per tutta la vita. Ci arriverei verso l'ora del tramonto, se possibile perché è così che l'ho sempre vista nei miei sogni. Susannah?»
La voce interiore, quella voce che saliva dal profondo, sussurrò: Quattro notti. Quattro notti per sognare. Dovrebbero bastare. Forse sono persino troppe. Naturalmente sarebbe dovuto intervenire il ka. Se davvero si erano spinti al di là del suo campo d'influenza, non sarebbe potuto accadere. Ma Susannah ora pensava che il ka arrivasse dappertutto, che contenesse anche la Torre Nera. Che la Torre Nera ne fosse, forse, l'incarnazione.
«Va bene», gli rispose con un filo di voce.
«Patrick?» chiese Roland. «Tu che cosa dici?»
Patrick si strinse nelle spalle e mosse la mano nella loro direzione senza alzare la testa dal suo album. Quello che volete, aveva indicato con il suo gesto. Dal suo atteggiamento si deduceva che capiva poco della Torre Nera e meno ancora gli importava. Ma perché avrebbe dovuto interessarsene? Era stato liberato dal mostro e aveva la pancia piena. Tanto gli bastava. Aveva perso la lingua, ma trovava tutta la gratificazione che gli serviva nel disegno. Susannah era convinta che dal suo punto di vista le sventure subite gli erano state ampiamente ricompensate. E tuttavia... e tuttavia...
Anche per lui non è previsto che arrivi fino alla fine. Né per lui, né per Oy, né per me. Ma che cosa sarà di noi, allora?
Non aveva la risposta, ma era stranamente poco ansiosa di trovarla. Gliel'avrebbe data il ka.
Il ka e i suoi sogni.
4
Un'ora dopo tre umani, il bimbolo e Bill il robot erano riuniti intorno a un carro ridimensionato che sembrava una versione un po' più in grande del Fior di Taxi. Le ruote erano grandi ma sottili, e giravano a meraviglia. Anche carico, Susannah pensava che sarebbe stato come trainare una piuma. Almeno finché Roland fosse stato fresco. Trainarlo in salita lo avrebbe alla lunga stancato, ma man mano che avessero consumato il cibo che trasportavano, il Fior di Taxi Il si sarebbe alleggerito... e comunque non riteneva che il percorso sarebbe stato molto ondulato. Erano arrivati alle pianure, le praterie; la regione montagnosa, con i boschi e i pendii innevati, era alle loro spalle. Bill le aveva procurato un veicolo elettrico che era più uno scooter che un golf-cart. Finiti erano i giorni in cui veniva trascinata... «come un tubo di scarico scassato».
«Se mi dai un'altra mezz'ora posso levigare questo bordo», si offrì Bill passando le tre dita della mano d'acciaio sul fino del Fior di Taxi II, nel punto dove lo aveva segato dal carro originale.
«Ti diciamo grazie, ma non è necessario», declinò Roland. «Ci proteggeremo mettendoci sopra un paio di pelli.»
È impaziente di partire, rifletté Susannah. E dopo tutto questo tempo, come biasimarlo? Sono impaziente anch'io.
«Be', se dici così, che così sia», ribatté Bill un po' infelice. «Deve essere perché mi spiace vedervi andare. Quando rivedrò mai degli umani?»
Nessuno gli rispose. Nessuno lo sapeva.
«Sul tetto c'è una sirena spaccatimpani», disse Bill indicando il Federale. «Non so che genere di problemi dovesse segnalare, forse fughe di radiazioni o non so quali possibili aggressioni; so però che la si sente fino ad almeno cento ruote di distanza. Anche più, se il vento tira nella direzione giusta. Se dovessi vedere il tizio che dite che vi sta seguendo, o se i sensori di movimento ancora funzionanti dovessero rilevarlo, faccio partire la sirena. Può darsi che la sentiate.»
«Grazie», rispose Roland.
«Certo che prendendo un veicolo a motore, non potrebbe mai raggiungervi», notò Bill. «Arrivereste alla Torre senza doverlo mai vedere.»
«Questo è abbastanza vero», gli concesse Roland, senza però dare segno di voler cambiare idea e Susannah ne fu contenta.
«Che cosa avete in mente di fare di quello che chiamate il suo Padre Rosso, se è vero che governa il Can'-Ka No Rey?»
Roland scosse la testa, sebbene ne avesse discusso con Susannah. Riteneva almeno possibile di poter girare dietro la Torre mantenendosi a debita distanza e avvicinarsi quindi da un angolo cieco rispetto al balcone sul quale era imprigionato il Re Rosso. Dopodiché, tenendosi a ridosso della costruzione, sarebbero arrivati fino alla porta passando sotto il balcone. Ma naturalmente avrebbero saputo se questa tattica era applicabile solo quando avessero avuto sotto gli occhi la Torre e il terreno circostante.
«Be' acqua ci sarà se Dio lo vuole», concluse il robot un tempo noto come Bill Tartaglia. «O così dicevano gli Antichi. E magari vi rivedo, nella radura in fondo al sentiero, se non altrove. Se è permesso ai robot andarci. Io lo spero, perché sono molti quelli che conoscevo e che rivedrei volentieri.»
C'era così tanta malinconia nella sua voce che Susannah gli si avvicinò e protese le braccia per essere sollevata da terra, senza riflettere sull'assurdità di voler confortare un robot. Lui comunque se la issò contro il petto e lei lo abbracciò... con non poco trasporto. L'animo (se così si poteva chiamare) buono di Bill controbilanciava la proditoria personalità di Andy di Calla Bryn Sturgis e, se non per altro, era giusto abbracciarlo per quello. Sentendosi stringere tra le sue braccia, Susannah pensò che, volendolo, Bill avrebbe potuto spezzarla in due con quegli arti in lega di titanio. Ma non lo fece, fu delicatissimo.
«Lunghi giorni e piacevoli notti, Bill», gli augurò. «Che tutto ti vada bene e la mia parola vale per quella di tutti noi.»
«Grazie, signora», rispose lui posandola a terra. «Io dico gru-gra, gri-gra, grrr...» Whiiip! E si picchiò la testa producendo un rintocco metallico. «Io dico grazie sincere a voi.» Fece una pausa. «Ho riparato la balbuzie, dico il vero, ma come forse vi avevo avvertito, non sono del tutto privo di emozioni.»
5
Patrick li sorprese entrambi camminando per quasi quattro ore al fianco dello scooter elettrico di Susannah prima di stancarsi e montare sul Fior II. Tenevano l'orecchio rivolto al Federale, in attesa di udire la sirena che li avrebbe avvertiti che Bill aveva visto Mordred (o che gli strumenti di rilevamento lo avevano intercettato), ma l'allarme non giunse, anche se il vento tirava nella loro direzione. All'ora del tramonto si lasciarono alle spalle l'ultima neve. Il terreno, sul quale proiettavano ombre lunghissime, si faceva sempre più pianeggiante.
Quando finalmente sostarono per la notte, Roland raccolse una fascina per il fuoco e Patrick, che si era addormentato, si svegliò e resistette il tempo necessario per consumare una cena voluminosa a base di wurstel viennesi e fagioli in scatola (guardando i fagioli scomparire nella bocca priva di lingua di Patrick, Susannah rammentò a se stessa di stendere le sue pelli sopravento, quando finalmente fosse venuta l'ora di posare la testa stanca). Anche lei e Oy mangiarono di gusto, mentre Roland quasi non toccò la propria razione.
Finita la cena, Patrick riprese il suo album, osservò corrucciato la matita e la porse a Susannah. Lei sapeva che cosa voleva e recuperò il barattolo di vetro dal piccolo fagotto che portava appeso alla spalla. Lo custodiva lei perché lì dentro c'era l'unico temperamatite a loro disposizione e temeva che Patrick potesse smarrirlo. Avrebbe potuto rimediare naturalmente Roland con il suo coltello, ma la punta di una Eberhard-Faber temperata in quel modo avrebbe inevitabilmente modificato la qualità del tratto. Rovesciò il vaso e si versò nella mano le gommine, i fermagli e l'utensile richiesto. Poi lo offrì a Patrick, che temperò la sua matita con due o tre rapidi giri di polso, glielo restituì e si mise subito all'opera. Per un momento Susannah contemplò le gomme rosa e si domandò di nuovo perché mai Dandelo si fosse preso il disturbo di staccarle dalle matite. Per fare un dispetto al ragazzo? Se così era stato, non aveva funzionato. Ne avrebbe avuto forse bisogno più avanti nella vita, quando il sublime connubio tra il suo cervello e le sue dita si fosse un po' arrugginito (quando il piccolo ma innegabilmente brillante mondo del suo talento fosse andato avanti). Al momento comunque persino i suoi errori continuavano a essere ispirazioni.
Non disegnò a lungo. Quando Susannah lo vide ciondolare sull'album nel bagliore arancione degli ultimi raggi del sole, glielo sfilò dalle dita senza incontrare proteste da parte sua. Gli sistemò quindi un giaciglio sul carretto (sostenuto in posizione orizzontale da un grosso sasso che emergeva dal terreno all'altezza giusta), lo coprì con alcune pelli e lo baciò sulla guancia.
Semiaddormentato, Patrick levò la mano e le toccò la ferita accanto alla bocca. Susannah fece una smorfia, poi si offrì al suo tocco delicato. La crosta si era riformata, ma pulsava dolorosamente. Anche solo sorridere le faceva male. In quel mentre Patrick si addormentò e la sua mano scivolò via.
Erano spuntate le stelle. Roland le stava contemplando rapito.
«Che cosa vedi?» gli chiese lei.
«Tu che cosa vedi?» domandò lui in cambio.
Susannah osservò il firmamento. «Bah», rispose, «là ci sono il Vecchio Astro e la Vecchia Madre, ma sembra che si siano spostati a ovest. E quello laggiù... oh, mio Dio!» Prese tra le mani le sue guance ruvide (non gli cresceva mai una vera barba, solo uno strato di peli corti e pungenti) e lo obbligò a girare la testa. «Quella laggiù non c'era quando siamo partiti dal Mare Occidentale, sono sicura che non c'era. Quella è del nostro mondo, Roland. Noi la chiamavamo Orsa Maggiore!»
Lui annuì. «E un tempo, secondo quanto stava scritto sui libri più antichi nella biblioteca di mio padre, era anche nel cielo del nostro mondo. Noi la chiamavamo Orsa di Lydia. E adesso è ricomparsa.» Si girò verso di lei e sorrise. «Un altro segno di vita e rinascita. Che rabbia deve essere per il Re Rosso guardare dalla sua prigione e vederla solcare di nuovo il cielo!»
6
Non molto tempo dopo Susannah dormì. E sognò.
7
È di nuovo a Central Park, sotto un luminoso cielo grigio dal quale si staccano nuovamente i primi, radi fiocchi di neve; poco lontano un coro natalizio non canta Silent Night o What Child Is This, bensì la canzone del riso: «È tempo di far riso-o... sotto il grande cielo-o, senza telo o velo-o, come-come-Commala!» Si toglie il berretto, temendo di trovarlo cambiato, ma dice ancora BUON NATALE! e
(niente gemelli qui)
tira un sospiro di sollievo.
Si guarda intorno e lì ci sono Eddie e Jake che la guardano sorridendo. Sono a capo scoperto; è lei ad avere i loro cappelli. Lei ha fuso insieme i loro cappelli.
Eddie indossa una felpa con scritto IO BEVO NOZZ-A-LA/
Jake ne indossa una con scritto IO GUIDO LA TAKURO SPIRIT!
Niente di questo è veramente nuovo. Lo è invece certamente ciò che vede dietro di loro, vicino a una carraia che riporta nella Quinta Avenue. È una porta alta più di due metri e, a giudicare dall'aspetto, di legno ferro massiccio. Il pomolo è una sfera d'oro, su cui è filigranata una forma che la pistolera finalmente riconosce: due matite incrociate. Due Eberhard-Faber n. 2, ne è più che certa. E sono state entrambe private della gomma per cancellare.
Eddie le offre una tazza di cioccolata calda. È quella perfetta, mit schlag in cima e con una spruzzatina di noce moscata a punteggiare la panna. «Qui», dice, «ti ho portato una cioccolata calda.»
Ignora la tazza che le viene offerta. È affascinata dalla porta. «È come quelle che c'erano sulla spiaggia, vero?» chiede.
«Sì», dice Eddie.
«No», dice contemporaneamente Jake.
«Capirai», dicono insieme e si sorridono l'un l'altro, felici.
Lei va alla porta. Sulle porte attraverso le
quali Roland
li ha tratti c'era scritto IL PRIGIONIERO e LA SIGNORA
DELLE OMBRE e LO SPACCIATORE. Su questa c'è e sotto:
L'ARTISTA
Si gira verso di loro e non li trova più.
Non c'è più Central Park.
Sta guardando le rovine di Lud, il suo sguardo spazia sulle terre desolate.
E una brezza aspra e fredda le porta sei parole bisbigliate: Il tempo è quasi finito... sbrigati...
8
Quando si sveglia è in preda al panico. Devo lasciarlo, pensa. E sarà meglio che lo faccia prima ancora che veda spuntare la sua Torre Nera all'orizzonte. Ma dove vado? E come faccio a lasciarlo ad affrontare Mordred e il Re Rosso con il solo aiuto di Patrick?
Quella preoccupazione la indusse a riflettere su un'amara certezza: nel caso di una resa dei conti, quasi sicuramente Oy sarebbe stato a Roland più prezioso di Patrick. In più di un'occasione il bimbolo aveva già dato prova del suo valore e avrebbe meritato il titolo di pistolero, se avesse avuto una pistola e una mano in cui impugnarla. Patrick, invece... Patrick era... be', era un matitiero. Più veloce della folgore, ma non si poteva uccidere con una Eberhard-Faber a meno che fosse molto appuntita.
Si era alzata a sedere. Roland, appoggiato dall'altra parte del suo piccolo scooter a montare la guardia, non se n'era accorto. E Susannah non voleva che se ne accorgesse. Le avrebbe fatto delle domande. Tornò a sdraiarsi, coprendosi con le pelli e ripensando alla loro prima caccia. Ricordò il giovane cervo che sterzava e correva dritto verso di lei. Lo aveva decapitato con l'Oriza. Ricordò il fischio nell'aria gelida, quello prodotto dal vento che attraversava il piccolo accessorio sull'altra faccia del piatto, quello che tanto somigliava al temperamatite di Patrick. Ebbe l'impressione che la sua mente stesse cercando un'associazione, ma era troppo stanca per intuire che cosa potesse essere. E forse tanta fatica era persino sprecata. Se l'avesse trovata, che cosa avrebbe potuto farci?
C'era almeno una cosa che però sapeva, per averla appresa a Calla Bryn Sturgis. Il significato dei simboli incisi sulla porta era INTROVATA.
Il tempo è quasi finito. Sbrigati.
L'indomani cominciò a piangere.
9
C'erano ancora molti cespugli dietro ai quali ritirarsi per le sue necessità (e per piangere le sue lacrime, quando non era più in grado di trattenerle), ma il terreno diventava sempre più pianeggiante e aperto. Verso la metà della loro seconda giornata di cammino, Susannah vide passare davanti a loro quella che dapprima scambiò per l'ombra di una nuvola. Il cielo però era di un azzurro uniforme da orizzonte a orizzonte. Solo in un secondo tempo la grande macchia scura cominciò a trasformarsi in qualcosa che ben poco aveva a che fare con una nuvola. Trattenne il fiato e fermò il suo piccolo scooter elettrico.
«Roland!» chiamò. «Quello laggiù è un branco di bisonti o magari bufali! Sicuro come la morte e le tasse!»
«Aye, così dici?» ribatté Roland con meno che blando interesse. «Noi li chiamavamo bannock, in un passato molto lontano. È un branco di discrete dimensioni.»
In piedi sul Fior II, Patrick disegnava come un forsennato. Cambiò la presa sulla matita che stava usando, tenendola ora contro il palmo e ombreggiò con la punta. A Susannah parve quasi di sentire l'odore della polvere sollevata dalla mandria nell'ombreggiatura con cui il ragazzo la stava riproducendo sul suo foglio con la matita. Anche se si era preso la libertà di avvicinare i bisonti di parecchie miglia, a meno che fosse dotato di una vista di gran lunga più acuta della sua. Cosa del tutto possibile, del resto. In ogni caso ora aveva abituato gli occhi lei stessa e vedeva meglio. Le grosse teste villose. Persino gli occhi neri.
«Saranno cent'anni che in America non si vedeva una mandria di bisonti così grande», commentò.
«Aye?» Sempre con un interesse solo cortese. «Ma qui ce ne sono in abbondanza, direi. Se un piccolo tet dovesse trovarsi a tiro di pistola, prendiamone un paio. Mi piacerebbe gustare della carne fresca che non sia di cervo. E tu?»
Susannah lasciò che fosse il suo sorriso a rispondergli. Roland lo ricambiò. E di nuovo a lei venne da riflettere sul fatto che presto non lo avrebbe più visto, quell'uomo che, prima di averlo potuto conoscere an-tet e dan-dinh aveva creduto fosse un miraggio o un demone. Eddie era morto, Jake era morto, e presto non avrebbe più visto Roland di Gilead. Perché sarebbe morto anche lui? O lei?
Alzò gli occhi nel riverbero del sole, affinché Roland fraintendesse il motivo delle sue lacrime, se le avesse viste. E s'inoltrarono nel sud-est di quella grande contrada deserta, nel sempre più forte batti-batti-batti che era la Torre sull'asse di tutti i monti ed era il tempo stesso.
Batti-batti-batti.
Commala-come-come, il tuo viaggio sta finendo.
Quella notte fu lei a montare di guardia per prima. A mezzanotte svegliò Roland.
«Credo che sia qua intorno», mormorò, puntando il dito a nord-ovest. Non era necessario essere specifici; poteva alludere solo a Mordred. Altro non c'era. «Sta' in guardia.»
«Non mancherò», promise lui. «E se senti sparare svegliati bene e in fretta.»
«Contaci», rispose lei e si sdraiò nell'erba secca dell'inverno dietro Fior II. Lì per lì temette di non riuscire a prendere sonno; era ancora troppo turbata dalla sensazione di una presenza nemica nelle vicinanze. Ma poi si addormentò.
E sognò.
10
Il sogno della seconda notte è insieme simile e diverso dal sogno della prima. Gli elementi principali sono i medesimi: Central Park, cielo grigio, fiocchi di neve, coro natalizio (questa volta intona a più voci Come Go With Me, il vecchio successo dei Del Vikings), Jake (IO GUIDO LA TAKURO SPIRIT!) e Eddie (questa volta la scritta sulla sua felpa è CLICK! È UNA FOTOCAMERA SHINNARO!). Eddie ha della cioccolata calda ma non gliela offre. Scorge l'ansia non solo nei loro volti, ma anche nella tensione dei loro corpi. Questa è la differenza principale: c'è qualcosa da vedere, o qualcosa da fare, o forse l'uno e l'altro. Qualunque cosa sia, loro si aspettano che lei veda o faccia, mentre lei tarda.
L'interrogativo che sorge nella sua mente è terribile: sta tardando di proposito? C'è forse qualcosa che non vuole affrontare? È addirittura possibile che la Torre Nera stia incasinando le comunicazioni? Questa è senz'altro un'idea stupida: le persone che vede sono solo creazioni della sua immaginazione nostalgica; sono morte! Eddie ucciso da un proiettile, Jake travolto da un'automobile, l'uno assassinato in questo mondo, l'altro nel Mondo Cardine dove detto è detto e fatto è fatto (deve essere fatto, perché lì il tempo scorre sempre in una sola direzione) ed è il loro Poeta Laureato.
Ma non può fingere di non vedere l'espressione dei loro volti, quell'espressione di panico che sembra volerle dire ce l'hai, Suze, hai quello che vogliamo mostrarti, hai quello che ti serve sapere. Hai intenzione di lasciartelo scappare? È l'ultimo quarto. È l'ultimo quarto e le lancette dell'orologio corrono e continueranno a correre, devono continuare a correre perché hai consumato tutti i tuoi time-out. Devi sbrigarti... sbrigarti...
11
Si risvegliò di soprassalto soffocando un grido. Era quasi l'alba. Si passò la mano sulla fronte e se la trovò bagnata di sudore.
Che cosa vuoi che sappia, Eddie! Che cosa mi hai fatto sapere!
A quell'interrogativo non c'è risposta. Come potrebbe? Mister Dean è morto, pensò e tornò a sdraiarsi. Rimase distesa così per un'ora ancora, ma non riuscì a riprendere sonno.
12
Come Fior I, Fior II aveva due stanghe. A differenza di quelle di Fior I, queste stanghe erano regolabili. Quando Patrick si sentiva di camminare, le stanghe potevano essere distanziate in modo che lui potesse tirare da un lato e Roland dall'altro. Quando Patrick aveva bisogno di farsi trasportare, Roland riavvicinava le stanghe per trainarlo usandole entrambe.
A mezzogiorno si fermarono per mangiare. Fatto quello, Patrick si ritirò a riposare sul carretto. Roland attese di sentir russare il ragazzo (perché così continuavano a considerarlo, quale che fosse la sua età), poi si rivolse a Susannah.
«Che cosa ti ange? Voglio che tu me lo dica. Voglio che tu me lo dica dan-dinh, anche se non siamo più un tet e io non sono più il tuo dinh.» Sorrise. La tristezza che c'era in quel sorriso le spezzò il cuore e Susannah non seppe trattenere le lacrime. Né nascondergli la verità.
«Se quando vedremo la Torre io sarò ancora con te, Roland, sarà andato tutto storto.»
«Storto in che modo?» volle sapere lui.
Lei scosse la testa, cominciando a piangere più forte ancora. Dovrebbe esserci una porta. È la Porta Introvata. Ma io non la so trovare! Mi sono apparsi Eddie e Jake in sogno e mi hanno detto che lo so, me l'hanno detto con gli occhi, ma non è vero! Giuro che non lo so!»
Lui la prese tra le braccia e la confortò e la baciò nella conca della tempia. All'angolo della bocca, la piaga pulsava e bruciava. Non stava sanguinando, ma aveva ripreso a gonfiarsi.
«Sia quel che sia», disse il pistolero, come una volta sua madre aveva detto a lui. «Sia quel che sia e facciamo silenzio e lasciamo che lavori il ka.»
«Avevi detto che lo avevamo superato.»
Lui la cullò tra le braccia e fu una bella sensazione. Consolatoria. «Mi sbagliavo», disse. «Come tu ben sai.»
13
La terza notte toccò a lei il primo turno di guardia e stava guardando alle loro spalle, in direzione nord-ovest lungo la Via della Torre, quando una mano le afferrò la spalla. Mentre il terrore le schioccava nella mente come una frustata improvvisa, ruotò su se stessa
(è dietro di me, oh Dio Mordred mi ha aggirata per prendermi alle spalle ed è il ragno! )
e si sfilò in un lampo la pistola dalla cintura.
Patrick si ritrasse precipitosamente, levando di scatto le mani a proteggersi il viso trasformato in una maschera di terrore pari a quello di lei. Se avesse gridato avrebbe sicuramente destato Roland e allora tutto forse sarebbe stato diverso, ma la paura gli aveva tolto la voce. Dalla gola riuscì a emettere solo un mugolio.
Susannah ripose la pistola, gli mostrò le mani nude, poi lo attirò a sé e lo abbracciò. Sulle prime rimase rigido, ancora spaventato, ma dopo un po' si lasciò andare.
«Che cosa c'è, caro?» gli chiese sottovoce. Poi, usando senza nemmeno rendersene conto l'espressione di Roland: «Che cosa ti ange?»
Lui si staccò da lei e puntò il dito sul nord preciso. Per un momento lei ancora non capì, poi vide le luci arancione che danzavano e guizzavano. Giudicò che fossero almeno a cinque miglia e stentò a credere che lui non le avesse viste prima.
«Sono solo luci atmosferiche, zuccherino», gli spiegò parlando sempre a voce bassa per non svegliare Roland. «Non possono farti niente. Roland li chiama hob. Sono come i fuochi di sant'Elmo, o qualcosa del genere.»
Ma Patrick non aveva idea di che cosa fosse un fuoco di sant'Elmo, glielo leggeva nell'espressione perplessa. Si accontentò di ripetergli che non potevano fargli alcun male e in effetti finora più vicini di così gli hob non erano venuti. Già in quel momento cominciavano ad allontanarsi saettando e di lì a poco erano scomparsi quasi tutti. Forse li aveva allontanati lei stessa solo desiderandolo. In passato avrebbe respinto un'ipotesi così assurda, ma ora non più.
Patrick cominciò a tranquillizzarsi.
«Perché non torni a dormire, caro? Hai bisogno di riposare.» E altrettanto lei stessa, ma ne aveva paura. Presto avrebbe svegliato Roland e allora avrebbe dormito e allora sarebbe tornato il sogno. I fantasmi di Jake e Eddie l'avrebbero guardata più trepidanti che mai. Desiderando che sapesse qualcosa che lei non sapeva, che non poteva sapere.
Patrick scosse la testa.
«Non hai ancora sonno?»
Lui scosse la testa di nuovo.
«Allora perché non disegni un po'?» Disegnare aveva sempre il potere di rilassarlo.
Patrick sorrise, annuì e tornò subito al Fior II a cercare l'ultimo album, camminando in lunghe e comiche falcate sulle punte dei piedi per non svegliare Roland. La fece sorridere. Patrick era sempre pronto a disegnare; probabilmente una delle ragioni per cui era sopravvissuto nella cantina di Dandelo era stata la consapevolezza che di tanto in tanto quel vecchio mostro del cazzo gli portava un album da disegno e una delle sue matite. Era un tossico anche lui, come lo era stato Eddie nei suoi momenti peggiori, solo che la droga di Patrick era una sottile linea di grafite.
Il ragazzo si sedette e prese a disegnare. Susannah tornò alla sua guardia, ma presto avvertì un formicolio in tutto il corpo come se qualcun altro stesse sorvegliando lei. Pensò di nuovo a Mordred e allora sorrise (provando dolore; ora che il bubbone aveva ripreso a crescere, le faceva sempre male). Non Mordred; Patrick. Patrick la stava spiando.
Patrick la stava disegnando.
Rimase immobile per quasi venti minuti, poi non seppe resistere alla curiosità. Per Patrick venti minuti sarebbero stati sufficienti a disegnare il ritratto della Gioconda, includendo per buona misura anche il Louvre come sfondo. Era così strana quella sensazione, un disagio che più che mentale aveva su di lei un effetto fisico.
Si avvicinò, ma dapprincipio Patrick tenne il foglio contro il petto con una timidezza che non gli era caratteristica. Quando invece voleva che lei vedesse; glielo si leggeva negli occhi. C'era quasi amore nel suo sguardo, ma aveva la sensazione che si fosse innamorato della Susannah del disegno.
«Coraggio, dolcezza», lo invitò posando una mano sull'album. Ma non lo avrebbe sfilato da sotto il suo braccio, nemmeno se così lui avesse desiderato. Era lui l'artista; che fosse tutta sua la decisione se farle vedere o no la sua opera. «Posso?»
Lui trattenne il disegno ancora per un momento. Poi, timidamente, senza guardarla, glielo offrì. Lei prese l'album e guardò il proprio ritratto. Era così bello, che per qualche istante rimase senza fiato. Gli occhi spalancati. Gli zigomi alti, che suo padre chiamava «quei gioielli dell'Etiopia». Le labbra piene, che Eddie amava tanto baciare. Era lei, era lei come viva... ma era anche più di lei. Mai avrebbe immaginato che l'amore potesse brillare con così assoluta trasparenza nelle linee tracciate con una matita, ma lì quell'amore c'era, oh, diciamo il vero, diciamolo; amore del ragazzo per la donna che lo aveva salvato, che lo aveva liberato dal baratro in cui sicuramente sarebbe morto. Amore per lei come madre, amore per lei come donna.
«Patrick, è stupendo!» sospirò.
Lui la guardò con ansia. Dubbioso. Davvero? le domandavano i suoi occhi e allora Susannah capì che solo lui - il povero vulnerabile Patrick, che con quel talento era nato e che perciò non trovava in esso nulla di speciale - poteva dubitare della semplice bellezza di quel che aveva fatto. Disegnare rendeva felice lui. Questo, lo aveva sempre saputo. Che i suoi disegni potessero fare la felicità di altri... questa era un'idea che solo con il tempo sarebbe stato capace di assimilare. Si domandò di nuovo per quanto tempo Dandelo lo avesse tenuto prigioniero e in che modo quell'essere abbietto si fosse imbattuto in lui. Probabilmente non lo avrebbe mai saputo. Ora comunque la cosa più importante era convincerlo del suo valore.
«Sì», confermò. «Sì, è assolutamente stupendo. Sei un grande artista, Patrick. Guardare questo ritratto mi fa stare bene.»
Questa volta Patrick dimenticò di serrare i denti e il suo sorriso, con o senza lingua, fu così bello che se lo sarebbe mangiato. Faceva apparire piccole e sciocche le sue paure e le sue ansie.
«Posso tenerlo?»
Patrick annuì con impeto. Mosse nell'aria la mano chiusa, poi indicò lei. Sì! Strappa il foglio! Prendilo! Tienilo!
Lei stava già per farlo, ma si arrestò. Non l'aveva ritratta solo com'era, l'aveva ritratta con qualcosa di più. Era stato il suo amore (e la sua matita) a renderla bella. L'unica cosa che guastava quella bellezza era il bubbone nero come una macchia di fianco alla bocca. Ruotò il disegno verso di lui, batté il dito sulla piaga, poi se lo toccò sulla faccia. E fece una smorfia. Persino quel tocco lieve le faceva male. «C'è solo questo coso orrendo», disse.
Lui alzò le spalle, portandosi le mani aperte alla loro altezza e Susannah non poté non ridere. Lo fece piano per non svegliare Roland, ma sì, dovette ridere. Le era tornata in mente una battuta di un vecchio film: dipingo quello che vedo.
Solo che quello non era un dipinto e a quel punto concluse che poteva rimediare lei stessa a quell'odiosa, brutta e dolorosa magagna. Almeno sulla carta.
Poi sarà la mia gemella, pensò con affetto. La mia metà migliore; la mia bella sorellina...
E all'improvviso capì...
Tutto? Capì tutto?
Sì, avrebbe riflettuto molto più tardi. Non in un modo coerente che si potesse mettere per scritto - se a+b=c allora c-b=a e c-a=b - però sì, capì tutto. Intuì tutto. Per forza lo Eddie e il Jake del sogno erano tanto spazientiti con lei; era così ovvio.
Patrick l'aveva ri-tratta.
Infatti non era la prima volta che veniva tratta.
Roland l'aveva tratta in quel mondo... con la magia
Eddie l'aveva tratta a sé con l'amore.
Lo stesso aveva fatto Jake.
Dio del cielo, dopo tutto quel tempo e dopo averne passate tante, ancora non sapeva che cos'era un ka-tet? Il ka-tet era famiglia.
Il ka-tet era amore.
Ri-trarre significava disegnare l'effigie di una persona con una matita o un carboncino.
At-trarre significava affascinare, incantare e tirare verso di sé. Es-trarre una persona da sé.
E ora Patrick, il piccolo genio senza lingua, è il mio perspeciale, pensò Susannah/Odetta/Detta e cercò con la mano il vaso di vetro sapendo esattamente che cosa stava per fare e perché stava per farlo.
Quando gli restituì l'album senza aver strappato il foglio su cui ora c'era il suo ritratto, Patrick rimase profondamente deluso.
«Nar, nar», gli disse lei (e nella voce di molte). «È solo che c'è una cosa che devi fare prima che io lo possa prendere e conservare, mio prezioso tesoro per sempre, per sapere com'ero in questo dove e in questo quando.»
Gli offrì allora una delle piccole gommine rosa, avendo finalmente compreso perché Dandelo le aveva strappate. Aveva i suoi buoni motivi.
Patrick la prese e se la rigirò tra le dita, perplesso, come se non avesse mai visto una cosa del genere. Susannah era sicura che non potesse essere così, ma quanti anni erano passati? Quanto vicino era stato a sbarazzarsi del suo aguzzino una volta per tutte? E perché Dandelo non lo aveva ucciso appena accortosi del rischio?
Perché una volta tolte le gomme alle matite, credeva di essere al sicuro, rispose a se stessa.
Patrick la guardava senza capire. Cominciava a manifestare disagio.
Susannah si sedette accanto a lui e gli indicò la macchia sul disegno. Poi chiuse delicatamente le dita sul polso di Patrick e attirò la sua mano verso il foglio. Lui resistette per un momento, poi lasciò che lei avvicinasse al disegno la mano in cui teneva la piccola gomma rosa.
Susannah pensò all'ombra che correva sul terreno e che non era affatto un'ombra, bensì una mandria di grossi animali villosi che Roland chiamava bannock. Pensò a come aveva sentito l'odore della polvere quando Patrick aveva cominciato a ritrarre la polvere. E pensò a come, quando Patrick aveva disegnato la mandria più vicina, che nella realtà (licenza artistica, e tutti noi diciamo grazie), la mandria stessa era apparsa più vicina. Si era ricordata come avesse riaggiustato la vista e ora si meravigliò della propria stupidità. Come se gli occhi si potessero adeguare alla distanza nello stesso modo in cui si adeguavano al buio.
No, era stato Patrick ad avvicinare i bisonti. Invece di limitarsi a ritrarli li aveva tratti più vicino.
Quando la mano con la gomma fu a pochi millimetri dalla carta, lei staccò la sua: non sapeva perché, ma era certa che dovesse fare tutto Patrick da solo. Mosse le dita avanti e indietro, miniando quello che voleva da lui. Patrick non capì. Lei ripeté il gesto, poi indicò il bubbone di fianco al labbro inferiore.
«Fallo scomparire, Patrick», lo esortò, sorprendendo se stessa con la fermezza della propria voce. «È brutto, toglilo.» Fece di nuovo quel gesto nell'aria. «Cancellalo.»
Questa volta capì. Vide la luce della comprensione che gli si accendeva negli occhi. Le mostrò la piccola gomma rosa. Ed era perfettamente rosa, non una traccia di grafite. La guardò con le sopracciglia alzate come a domandarle se era proprio sicura.
Lei annuì.
Patrick abbassò la gomma sulla macchia e cominciò a cancellarla dalla carta, dapprima con una certa titubanza, poi, quando vide che cosa stava accadendo, lavorò di maggior lena.
14
Avvertì lo stesso strano formicolio, ma quando Patrick la stava disegnando, la sensazione le aveva preso il corpo intero. Ora era in un punto solo, a destra della bocca. Quando Patrick trovò il ritmo e cominciò a cancellare con energia, il formicolio si trasformò in un profondo, mostruoso prurito. Dovette affondare le dita nella terra per impedirsi di attaccare lei stessa la pustola che aveva sul viso, grattandosela furiosamente, a rischio di aprirla e versarsi un litro di sangue sulla casacca di daino.
Solo pochi secondi e sarà finita, non può durare di più, non può, oh Dio del cielo, ti prego FAI CHE FINISCA...
Patrick intanto sembrava essersi completamente dimenticato di lei. Guardava il ritratto con i capelli che gli pendevano ai lati della faccia nascondendogliela quasi del tutto, assorto nel suo lavoro e rapito dal suo meraviglioso giocattolo nuovo. Cancellò con delicatezza... poi con maggiore energia (il prurito aumentò)... poi di nuovo con leggerezza. Susannah aveva voglia di gridare. All'improvviso il prurito era dappertutto. Le scorticava il cervello dietro la fronte, le ronzava sulla superficie umida degli occhi come nugoli gemelli di moscerini, le vibrava nella punta dei capezzoli indurendoglieli come acciaio.
Urlerò, non ce la faccio, devo urlare...
Stava prendendo fiato per lasciarlo esplodere dai polmoni quando all'improvviso il prurito cessò. Era scomparso anche il dolore. Levò con molta esitazione la mano a lato della bocca.
Non oso.
«Ti conviene osare!» le rispose indignata Detta. «Dopo tutto quello che hai passato, tutto quello che hai fatto passare a me, non puoi non avere almeno uno schifo di francobollo di fegato per toccarti la tua stessa faccia, stronza cacasotto!»
Abbassò le dita sulla pelle. La pelle liscia. La fistola che l'aveva tormentata fin da quando aveva lasciato Rombo di Tuono non c'era più. E sapeva che, quando si fosse guardata in uno specchio o nell'acqua ferma di uno stagno, non avrebbe trovato nemmeno la cicatrice.
15
Patrick lavorò ancora per qualche tempo, prima con la gomma, poi con la matita, poi di nuovo con la gomma, ma Susannah non avvertì nulla, né prurito, né un formicolio seppur lieve. Era come se, una volta superato un invisibile punto critico, tutte le sensazioni fossero cessate. Si domandò quanti anni poteva aver avuto Patrick quando Dandelo aveva strappato tutti quei gommini dalle matite. Quattro? Sei? Doveva essere stato comunque molto piccolo. Era sicura che l'espressione di smarrimento con cui aveva reagito quando lei gli aveva mostrato la gomma non fosse artificiosa; eppure, dopo che aveva cominciato, l'aveva manovrata con consumata destrezza.
Forse è come andare in bici, rifletté. Quando si impara, non si disimpara più.
Attese con tutta la pazienza di cui era capace e dopo cinque lunghissimi minuti la sua pazienza fu ricompensata. Sorridendo, Patrick girò l'album verso di lei e le mostrò l'immagine. Aveva cancellato completamente la macchia e aveva quindi ombreggiato leggermente tutta la zona per uniformarla al resto della sua pelle. Aveva anche spazzato via con cura ogni singola briciolina di gomma.
«Molto bello», mormorò lei, ma quello era un complimento a dir poco merdoso da rivolgere a un genio, no?
Così si sporse verso di lui, lo cinse con le braccia e lo baciò con forza sulla bocca. «Patrick, è meraviglioso.»
Il sangue salì così veloce e impetuoso nel volto del ragazzo, che per un attimo le si sospese il fiato nel timore che potesse prendergli un colpo a dispetto della giovane età. Ma Patrick sorrideva nel porgerle l'album con una mano, mentre con l'altra mimava di nuovo il gesto dello strappo. Voleva che prendesse il disegno. Voleva che lo tenesse lei.
Susannah staccò con cautela il foglio dall'album, mentre in un angolino scuro della mente si domandava che cosa sarebbe accaduto se lo avesse inavvertitamente strappato al centro, se avesse strappato se stessa. Notò contemporaneamente che non c'era sorpresa sul volto di lui, né meraviglia, né paura. Aveva visto il bubbone che aveva di fianco alla bocca, se era pur vero che quell'orribile ascesso aveva deturpato il suo viso fin dal primo momento in cui lui l'aveva incontrata; per questo lo aveva incluso nel disegno, riproducendolo con una perfezione quasi fotografica. Ora non c'era più - l'esplorazione che aveva effettuato con la punta delle dita glielo aveva confermato - eppure Patrick non mostrava alcuna emozione, almeno a quel riguardo. La conclusione le parve evidente. Quando lo aveva cancellato dal disegno, lo aveva cancellato anche dalla propria mente e memoria.
«Patrick?»
Lui continuò a guardarla sorridendo. Felice di vederla felice. E Susannah era molto felice. Il fatto che fosse anche spaventata a morte, non intaccava per nulla la sua gioia.
«Vorresti disegnare qualcos'altro per me?»
Lui annuì. Tracciò qualcosa sul nuovo foglio bianco, poi ruotò l'album perché lei vedesse:
?
Susannah contemplò per un momento il punto interrogativo, poi alzò gli occhi su di lui. Notò con quanta forza stringeva la gomma per cancellare, il suo bel giocattolo nuovo.
«Voglio che mi disegni qualcosa che non c'è», gli disse.
Lui inclinò la testa sulla spalla, perplesso. Lei non trattenne un sorriso nonostante il tumulto del cuore: era l'atteggiamento che assumeva talvolta Oy quando non era sicuro al cento per cento di quel che gli avevi detto.
«Non tenere, ti spiego tutto.»
E lo fece, minuziosamente. Patrick ascoltò. A un certo punto Roland udì la voce di Susannah e si svegliò. Li raggiunse, la guardò nel fioco bagliore rosso dei tizzoni del fuoco da bivacco, fece per girarsi e bruscamente tornò a guardarla sgranando gli occhi. Fino a quel momento nemmeno lei era stata del tutto certa che Roland si sarebbe accorto della scomparsa di qualcosa che fino a poco prima ancora esisteva sul suo viso. Non aveva escluso la possibilità che la magia di Patrick fosse tanto potente da cancellare il ricordo della sua pustola anche dalla memoria del pistolero.
«Susannah, la tua faccia! Che fine ha fatto il tuo...»
«Zitto, Roland, se mi vuoi bene.»
Il pistolero chiuse la bocca. Susannah riprese a dare istruzioni a Patrick, parlandogli a voce bassa, ma in tono pressante. Patrick l'ascoltò e piano piano lei vide la luce della comprensione cominciare ad accenderglisi negli occhi.
Roland buttò altra legna sui tizzoni senza che nessuno glielo chiedesse e presto il loro piccolo campo risplendette sotto le stelle.
Con parsimoniosa accortezza, Patrick scrisse una domanda davanti al punto interrogativo che aveva già tracciato:
QUANTO ALTA?
Susannah tirò a sé Roland prendendolo per un braccio e lo piazzò davanti a Patrick. Il pistolero era alto circa un metro e novanta. Si fece prendere in braccio da lui, poi alzò la mano una decina di centimetri al di sopra della sua testa. Patrick annuì sorridendo.
«E adesso una cosa che deve esserci sopra», aggiunse e scelse un rametto dalla loro piccola catasta di legna. Se lo spezzò sul ginocchio per ottenere un'estremità appuntita. Ricordava i simboli, ma sapeva di non doverci pensare troppo. Intuiva la necessità di riprodurli perfettamente identici, altrimenti la porta che voleva che Patrick disegnasse per lei o non si sarebbe mai aperta, o si sarebbe aperta su un posto dove non desiderava andare. Così quando cominciò a disegnarli nella terra sporca di cenere vicino al fuoco, lo fece il più velocemente possibile, come avrebbe fatto Patrick al posto suo, senza soffermarsi mai a tornare indietro con lo sguardo. Perché se avesse riesaminato un tratto già inciso, di sicuro avrebbe riguardato tutto quanto e avrebbe trovato qualcosa che non le sarebbe sembrato del tutto giusto e l'incertezza l'avrebbe invasa come una malattia. Forse sarebbe intervenuta Detta - quell'arrogante, volgare compagna della sua vita che in più di un'occasione l'aveva tratta dagli impicci - a finire il disegno per lei, ma non poteva contarci. Sotto sotto non riusciva ancora a escludere l'eventualità che Detta mandasse tutto alla malora nel momento cruciale e per nessun altro motivo che il gusto capriccioso di metterla nei guai. Né si fidava pienamente di Roland, che forse avrebbe preferito tenerla con sé per fini che lui stesso non comprendeva del tutto.
Così disegnò rapidamente nella terra e nella cenere, senza guardare indietro e questi sono i simboli che scaturirono dalla punta saettante del suo utensile di fortuna:
«Introvata», mormorò Roland. «Susannah, ma che cosa...?»
«Silenzio», ripeté lei.
Patrick si chinò sul suo album e cominciò a disegnare.
16
Continuava a guardarsi intorno in cerca della porta, ma il cerchio di luce del loro piccolo fuoco era davvero assai circoscritto, anche dopo che Roland lo aveva rialimentato. Circoscritto in confronto alla sconfinata oscurità della prateria. Non vedeva niente. Quando si girò verso Roland, trovò una domanda inespressa nei suoi occhi, così, mentre Patrick continuava a lavorare, gli mostrò il ritratto. Gli indicò il punto dove avrebbe dovuto esserci l'ascesso che l'aveva tanto tormentata. Avvicinandosi il foglio al volto, Roland notò finalmente i segni della gomma. Patrick aveva nascosto con grande abilità le tracce della cancellatura e Roland riuscì a individuarle solo grazie a uno scrutinio molto meticoloso; fu come trovare una vecchia pista dopo molti giorni di pioggia.
«Capisco perché il vecchio aveva strappato tutte le gomme», commentò restituendole il disegno.
«È quel che ho pensato anch'io.»
Da lì aveva sbrigliato la mente in un balzo intuitivo: se, almeno in quel mondo, Patrick era in grado di discreare cancellando, poteva forse creare ritraendo. Quando gli ricordò la mandria di bannock che misteriosamente era sembrata a un tratto più vicina, Roland si massaggiò la fronte come se avesse una noiosa emicrania.
«Avrei dovuto accorgermi. Avrei dovuto capire che cosa significava. Sto invecchiando, Susannah.»
Lei ignorò la sua autoaccusa, non era la prima volta che la sentiva, e gli raccontò dei sogni di Eddie e Jake, premurandosi di menzionare le marche pubblicizzate sulle loro felpe, i cori natalizi, l'offerta della cioccolata calda, nonché il panico crescente negli occhi di entrambi quando, con il passare delle notti, lei si ostinava a non vedere quello che il sogno era venuto a mostrarle.
«Perché non me ne hai parlato prima?» le domandò Roland. «Perché non mi hai chiesto di aiutarti a interpretarlo?»
Lei lo fissò negli occhi, pensando che aveva fatto bene a non sollecitare il suo aiuto. Sì, per quanto male potesse esserci rimasto lui. «Ne hai persi due. Quanto impaziente avresti potuto essere di perdere anche me?»
Roland arrossì. Lei lo vide anche nella luce scarsa del fuoco. «Tu parli male di me, Susannah, e ancor peggio hai pensato.»
«Può darsi», ribatté lei. «E se è così, dico scusa. Non ero sicura nemmeno io di quello che volevo. Da una parte desidero vedere la Torre, lo sai. Lo desidero ardentemente. E anche se Patrick saprà far apparire la Porta Introvata e io potrò aprirla, non sarà il mondo reale quello che vedrò dall'altra parte. È questo che volevano dire i nomi sulle felpe, ne sono sicura.»
«Sbagli a pensare così», obiettò Roland. «Raramente la realtà è una questione di bianco e nero, io credo, di esserci e non esserci.»
Patrick chiurlò e tutti e due si girarono. Mostrava loro il suo album. Sul foglio aveva disegnato una rappresentazione perfetta della Porta Introvata... almeno così sembrò a Susannah. Su di essa non c'era la scritta L'ARTISTA e il pomolo era lucido e uniforme, come fosse di metallo, senza l'ornamento delle due matite incrociate, ma andava bene così. Lei stessa non l'aveva informato di quei particolari, che erano stati solo a suo uso e consumo.
Più espliciti di così non sarebbero potuti essere, pensò. Si chiese perché tutto dovesse essere così maledettamente complicato, così maledettamente
(indovina indovinello)
misterioso, sapendo che quella era una domanda alla quale non avrebbe mai trovato una risposta soddisfacente... ma era nella realtà elementare della condizione umana, no? Le risposte importanti non giungevano mai immediate.
Patrick emise di nuovo quel verso da volatile notturno. Questa volta con un'inflessione interrogativa. Solo allora Susannah si rese conto che il povero ragazzo moriva di ansia. Più che comprensibile: aveva appena compiuto la sua prima opera su commissione e voleva sapere che cosa ne pensasse la sua patrona.
«Ottimo, Patrick... perfetto.»
«Sì», concordò Roland prendendo l'album. La porta gli sembrava in tutto e per tutto uguale a quelle che aveva trovato lui barcollando sulla spiaggia del Mar Occidentale, in preda al delirio, ridotto in fin di vita dal morso velenoso delle aramostre. Era come se quella povera creatura privata della lingua avesse spiato nella sua testa e vi avesse trovato l'immagine autentica di quella porta: una fottergrafia.
Intanto Susannah si guardava intorno disperata e quando cominciò a trascinarsi sulle mani verso i limiti del cerchio illuminato dalle fiamme, Roland dovette richiamarla bruscamente, ricordandole che Mordred probabilmente non era lontano e che l'oscurità era sua alleata.
Impaziente com'era, si ritrasse dal confine tra buio e tenebra, ricordando fin troppo bene che cosa era accaduto al corpo che aveva partorito Mordred e quanto velocemente era accaduto. Ma ritrarsi le provocò un dolore quasi fisico. Roland le aveva preannunciato di attendersi di vedere per la prima volta della Torre Nera sul finire del giorno successivo. Se lei fosse stata ancora con lui, se l'avesse vista con lui, temeva di non potersi sottrarre alla sua influenza. La sua malia. Ora, di fronte all'alternativa tra la porta e la Torre, sapeva di poter ancora scegliere la porta. Più avanti, però, quando l'attrazione della Torre fosse diventata più forte, le sue pulsazioni più profonde e irresistibili nella sua mente, il canto corale ancora più dolce, scegliere la porta sarebbe stato più difficile.
«Non la vedo», gemette affranta. «Forse mi sono sbagliata. Forse non c'è nessuna maledetta porta. Oh, Roland...»
«Io non credo che tu ti sia sbagliata», ribatté lui. Era chiara la sua riluttanza, il tono della sua voce era quella di chi si dispone malvolentieri al proprio dovere, o al saldo di un debito. E con quella donna aveva ben contratto un debito, no? Giacché l'aveva presa praticamente per la collottola e trascinata in quel mondo dove aveva imparato l'arte dell'omicidio e si era innamorata ed era stata colpita dal più doloroso dei lutti. Non l'aveva forse rapita e quindi sprofondata nella sua attuale angoscia? Se gli era data l'occasione di rimediare, aveva l'obbligo di provarci. Il suo desiderio di tenerla con sé, a rischio della sua stessa vita, era puro egoismo, indegno del suo addestramento.
Peggio ancora, era indegno di tutto l'amore e tutto il rispetto che aveva sviluppato per lei. Gli spezzava quel poco che rimaneva ancora del suo cuore l'idea stessa di dirle addio, a lei che era l'ultima del suo strano e fantastico ka-tet, ma era quello che lei voleva, quello di cui lei aveva bisogno, perciò lo doveva fare. E riteneva di poterlo fare, perché nel disegno del ragazzo aveva visto qualcosa che a Susannah era sfuggito. Non qualcosa che c'era; qualcosa che non c'era.
«Guarda», la esortò con dolcezza, mostrandole il disegno. «Vedi con quanto impegno ha cercato di accontentarti, Susannah?»
«Sì! Sì, certo che lo vedo, ma...»
«Ha impiegato dieci minuti per fare questo disegno, a occhio e croce, quando normalmente, nonostante l'esecuzione perfetta, ne impiegherebbe al massimo tre o quattro, ti pare?»
«Non ti capisco!» gridò quasi lei.
Patrick prese Oy tra le braccia e lo tenne stretto al petto, mentre osservava con gli occhi ingigantiti e tristi ora Susannah ora Roland.
«Si è talmente sforzato per darti quello che volevi, che nel disegno c'è solo la porta. Se ne sta lì per conto suo, sola soletta sulla carta. Non ha...»
Cercò la parola giusta. Gliela sussurrò all'orecchio il fantasma di Vannay.
Non ha un contesto!
Per qualche istante Susannah continuò a brancolare nella confusione della propria mente, poi le si illuminarono gli occhi. Roland non attese: posò semplicemente la mano sinistra sulla spalla di Patrick e gli chiese di disegnare davanti alla porta il piccolo golf-cart elettrico di Susannah, il veicolo che aveva ribattezzato Fior III.
Patrick lo accontentò volentieri. Per prima cosa, disegnare Fior III davanti alla porta gli dava il destro di usare di nuovo la sua gomma. Fu molto più veloce questa volta - quasi frettoloso, avrebbe potuto giudicarlo un osservatore - ma il pistolero, che gli sedeva accanto, non rivelò la minima traccia di errore nella riproduzione che fece Patrick del piccolo veicolo. Finì disegnando l'unica ruota anteriore, animandola con un riflesso della luce del fuoco sul cerchione. Poi posò la matita e in quel preciso istante ci fu un turbamento nell'aria. Roland ne avvertì la pressione sul viso. Le fiamme del fuoco, che fino a quel momento salivano dritte nell'oscurità priva di vento, si piegarono per qualche istante. Poi la sensazione cessò. Le fiamme tornarono a bruciare diritte. E a nemmeno tre metri dal fuoco, dietro il veicolo elettrico, c'era la porta che Roland aveva trovato a Calla Bryn Sturgis, nella Grotta delle Voci.
17
Susannah attese l'alba, trascorrendo il tempo prima nella preparazione del suo bagaglio, che subito dopo decise di abbandonare: a che le sarebbero serviti i suoi pochi effetti personali (per non parlare della piccola borsa di pelle in cui li aveva ficcati) a New York? La gente l'avrebbe derisa. Avrebbero riso comunque... oppure sarebbero scappati urlando appena l'avessero vista. La Susannah Dean che sarebbe apparsa d'incanto a Central Park non sarebbe stata scambiata per una neolaureata o una ricca ereditiera; a nessuno sarebbe venuto in mente neppure Sheena, Regina della Giungla, diciamo scusa. No, agli occhi dei civili cittadini di quella metropoli sarebbe sembrata probabilmente un esemplare fuggiasco da qualche circo ambulante di bizzarrie della natura. E dopo che avesse attraversato quella porta, avrebbe mai potuto tornare sui suoi passi? No. Mai più.
Così mise da parte il suo fagotto e semplicemente aspettò. Quando all'orizzonte apparvero le prime esitanti strisce bianche dell'alba, chiamò a sé Patrick e gli domandò se volesse andare con lei. Tornare nel mondo da cui sei arrivato o comunque in un mondo molto simile, gli disse, pur sapendo che lui di quel mondo non ricordava assolutamente nulla, o perché da esso era stato strappato quand'era ancora troppo piccolo, o perché il trauma del distacco gliene aveva estirpato il ricordo dalla memoria.
Patrick la guardò, poi guardò Roland, che, piegato sui talloni, lo stava osservando. «Come vuoi», lo tranquillizzò il pistolero. «Puoi continuare a disegnare in tutti e due i mondi, e ti dico il vero. Anche se dove va lei, ci sarà più gente ad apprezzare i tuoi disegni.»
Lui vuole che resti, pensò Susannah e si adirò. Poi Roland la guardò e mosse impercettibilmente la testa. Non ne fu del tutto sicura, ma pensò che volesse poter dire...
No, non lo pensava. Lo sapeva. Roland voleva informarla che stava nascondendo i suoi pensieri a Patrick. I suoi desideri. E sebbene sapesse che il pistolero era perfettamente in grado di mentire (il caso più spettacolare era stato all'adunata di Calla Bryn Sturgis prima dell'arrivo dei Lupi, non era mai accaduto che mentisse a lei. A Detta, forse, ma non a lei. O a Eddie. O Jake. C'erano state volte in cui non aveva rivelato loro tutto quello che sapeva, ma fra questo e cacciare una vera e propria balla... No. Erano stati un ka-tet e Roland era sempre stato onesto con loro. Onore al merito.
Patrick recuperò improvvisamente il suo album e su un foglio nuovo scrisse velocemente alcune parole. Poi le mostrò a entrambi:
RESTO. PAURA DI ANDARE IN UN POSTO NUOVO.
Come per voler sottolineare il suo pensiero, dischiuse le labbra e indicò loro il vuoto della bocca priva di lingua.
E Susannah... non scorse sollievo sul volto di Roland? Se così era, lo odiò per questo.
«Va bene, Patrick», concluse sforzandosi di non tradire nella voce i suoi sentimenti. Per misura precauzionale si allungò ad accarezzargli la mano. «Capisco quello che provi. E se è vero che la gente può essere crudele... sadica... è anche vero che molta altra gente è invece buona. Ascoltami, io partirò solo all'alba. Se cambi idea, l'offerta è sempre aperta.»
Lui s'affrettò ad annuire. Contento che non insisterò a volergli far cambiare idea, rifletté con stizza Detta. Contento probabilmente anche l'altro stinto!
«Chiudi il becco», le intimò Susannah e incredibilmente Detta ubbidì.
18
Ma con il rischiararsi del cielo (e la comparsa a meno di due miglia da loro di un discreto branco di bannock al pascolo), consentì a Detta di tornare nella sua mente. Anzi, le concesse addirittura di assumere il comando delle operazioni. In quel modo era più facile, meno doloroso. Fu Detta a compiere un ultimo giro per il campo, respirando velocemente per entrambe gli ultimi afflati di quel mondo e archiviandoli nella memoria. Fu Detta a recarsi dietro la porta, spostandosi sui palmi incalliti delle mani, prima da una parte e poi dall'altra, a constatare che sull'altro lato non c'era assolutamente niente. Patrick e Roland l'accompagnarono, mantenendosi ai suoi fianchi, e Patrick mandò un grido di sorpresa quando vide che la porta non c'era più. Roland tacque. Oy si portò fin sul punto dove si ergeva la porta, annusò l'aria... poi proseguì passandoci attraverso... per chi lo avesse visto dall'altro versante. Se noi fossimo di là adesso, rifletté Detta, lo vedremmo passare attraverso la porta come per magia.
Tornò infine a Fior III, sul quale aveva deciso di compiere il suo viaggio. Posto sempre che la porta si aprisse, naturalmente. Bello scherzo se fosse rimasta chiusa. Roland si avvicinò con l'intenzione di aiutarla a montare sul sellino e lei lo respinse in malo modo e fece da sola. Premette il pulsante rosso di fianco al volante e il motore elettrico si svegliò con un ronzio sommesso. L'indicatore della carica era ancora nel pieno della zona verde. Diede gas con la manopola destra e avanzò lentamente verso la porta chiusa, sulla quale campeggiava il simbolo che significava «introvata». Si fermò prima che il piccolo naso a forma di proiettile del suo scooter la toccasse.
Si girò verso il pistolero con un rigido sorriso artefatto sulle labbra.
«Allora, Roland... ciao ciao, bello mio. Lunghi giorni e piacevoli notti. Ti auguro di trovare quella tua cazzo di Torre e...»
«No», disse lui.
Lei lo guardò, Detta lo guardò con quegli occhi che insieme ardevano e ridevano. Sfidandolo a trasformarla in quello che lei non voleva essere. Sfidandolo a scacciarla ora che c'era. Fatti sotto, stinto cazzuto, vediamoti all'opera.
«Cosa?» lo provocò lei. «Cos'hai in mente, pistolone?»
«Non ti saluterò in questo modo, non dopo tutto questo tempo.»
«Come sarebbe?»
«Lo sai.»
Lei scosse la testa in segno di rifiuto. No che non lo so.
«Per cominciare», disse lui prendendo delicatamente la sua mano sinistra incallita dalle fatiche del lungo viaggio nella propria mano destra, mutilata dalle aramostre, «c'è un altro a cui dovrebbe essere data la scelta se andare o restare e non sto parlando di Patrick.»
Lì per lì lei non comprese. Poi abbassò lo sguardo su certi occhi cerchiati d'oro, certe orecchie protese, e allora capì. Si era dimenticata Oy.
«Se glielo chiedesse Detta, certamente sceglierebbe di rimanere, perché non gli è mai stata simpatica. Se glielo chiedesse Susannah... be', allora non so.»
Così, di punto in bianco, Detta scomparve. Sarebbe tornata - ormai Susannah aveva capito che non si sarebbe mai liberata del tutto di Detta Walker, e andava bene così, perché non voleva più separarsene - ma per il momento non c'era.
Chiamò il bimbolo in tono affettuoso. «Oy? Vuoi venire con me, tesoro? Può anche darsi che ritrovi Jake. Forse non uguale a prima, ma ancora...»
Oy, che era rimasto quasi completamente muto durante il loro viaggio attraverso le Badlands e poi le Terre Bianche di Empathica e poi ancora attraverso la prateria, ora parlò. «Eik?» disse. Ma c'era un'ombra di dubbio nella sua voce, come di chi stenta a ricordare, e il cuore di Susannah si contrasse in una fitta di dolore. Avrebbe giurato a se stessa che non avrebbe pianto e Detta aveva praticamente garantito che non lo avrebbe fatto, ma ora Detta non c'era e c'erano invece di nuovo le lacrime.
«Jake», ripeté. «Ti ricordi di Jake, zuccherino, so che ti ricordi di lui. Di Jake e Eddie.»
«Eik? Ed?» Con un po' più di sicurezza questa volta. Sì, che ricordava.